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		<title>Rebiennale</title>
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		<title>HOMEMADE</title>
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		<description><![CDATA[<b>HOMEMADE</b><br /><br /><b><br /> <a href="http://www.rebiennale.org/workshop/docs/Rebiennale2009-2010_abstractITA.pdf" target="_blank" >Download Abstract - Progetto (ITA)</a> <br /> <a href="http://www.rebiennale.org/workshop/docs/Rebiennale2009-2010_abstractENG.pdf" target="_blank" >Download Abstract - Project (ENG)</a> <br /></b><br /><br /><br /><i>Libertà è partecipare alla vita della propria città. I problemi della città sono di chi ci abita, come il piacere di viverci e di lavorarci.Trovare un&#039;alternativa possibile al sistema sociale, economico, ambientale e politico di cui facciamo parte è anche quello un compito che spetta a noi abitanti e cittadini. </i><br /><br /><b>HOMEMADE</b> è un progetto che coinvolge i cittadini di Venezia, esperti e professionisti internazionali a ripensare la città, a ripopolarla e a riappropriarsene.<br /><br />HOMEMADE nasce dall&#039;esperienza di ASC (Agenzia sociale per la Casa - Cantieri di autorecupero e autocostruzione) e di Rebiennale 08/09 (laboratorio permanente di riciclo e riutilizzo di materiali della Biennale di Venezia nei cantieri sociali), entrambi progetti volti alla produzione e ridefinizione dell&#039;habitat urbano veneziano, attraverso nuove strategie per il diritto alla casa e per la creazione di spazi comuni.<br />HOMEMADE diventa una scatola degli attrezzi, uno strumento per riconquistare il diritto e la libertà di scegliere un futuro sostenibile in laguna.<br /><br />HOMEMADE intende:<br /> - contribuire a innescare forme di partecipazione consapevole, ragionata, condivisa<br /> -  stimolare una riflessione sullo spazio urbano coabitato<br /> -  re-immaginare una città in cui gli abitanti stessi siano parte attiva e consapevole nel definire le esigenze e le priorità<br /> -  riproporre una coesistenza della dimensione urbana e rurale nel contesto lagunare<br /> -  creare le condizioni per incentivare un turismo sociale sostenibile<br /><br /><b>HOMEMADE - Rebiennale 09/10</b><i> è il frutto di una collaborazione tra ASC, Emiliano Gandolfi, Lucia Babina/iStrike, Exyzt, Refunc con la partecipazione di Anomalie Urbane. Si propone di ridare voce agli abitanti con la facoltà di decidere, tramite una partecipazione attiva, in che tipo di città vogliono vivere, lavorare, studiare e coabitare.</i><br /><br /><b>Morion Lab HOMEMADE</b><br /><br /><b>Dal 21 al 30 ottobre</b> il cantiere al Laboratorio Morion sarà aperto alle attività di autorecupero e abitato da Exyzt, Refunc, Lucia Babina/iStrike, Emiliano Gandolfi che insieme all&#039;ASC presenteranno proposte e progetti di Rebiennale 2009/2010 in prospettiva di una riqualificazione urbana e sociale in città.<br /><br /><b>Il 22 e 23 ottobre</b>, sono previsti incontri e interventi  all&#039;università IUAV con gli studenti che partecipano al workshop LUOGHI COMUNI, proposto da Anomalie urbane, e con gli abitanti del quartiere di Santa Marta.<br /><br /><b>Il 23 e il 24 ottobre</b>, sopralluoghi e indagine con documentazione e mappatura nei quartieri con gli abitanti della Giudecca - Sacca Fisola e di San Pietro di Castello.<br />Incontro con Urban code al Meeting of Styles 2009 – Parco della Bissuola, Mestre-Venezia (http://www.urban-code.it/).<br /><br /><b>Il 25 ottobre</b>, definizione  e discussione dei progetti in corso e delle fasi di elaborazione, costruzione e realizzazione.  Analisi e verifica delle competenze, degli strumenti e delle risorse necessarie volte alla sostenibilità economica dei cantieri sociali.  Sviluppo di ambito progettuale rispetto alla Biennale di architettura 2010  per intervenire nel sistema produttivo di &#039;scarti e rifiuti&#039; strutturato dalla Biennale, fabbrica di eventi veneziana.<br /><br />Hannes  Schreckensberger di Wonderland (Austria) e Marjetica Potr&amp;#269; (artista) sono stati invitati a partecipare e a contribuire al laboratorio progettuale.<br /><br /><b>La settimana dal 26 al 30 ottobre</b> con Exyzt, sarà dedicata alla riqualificazione abitativa del Morion e al primo riciclo dei materiali della Biennale d&#039;arte contemporanea 2009 (Planet K), alla seconda tappa dei sopralluoghi alla Biennale (Giardini) e al bilancio di Rebiennale 2008/2009.  <br /><br /><a href="http://rebiennale.org" target="_blank" >http://rebiennale.org</a>]]></description>
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		<title>Decalogo dell&#039;Associazione AmbienteVenezia  per il governo della città metropolitana</title>
		<link>http://www.rebiennale.org/workshop/index.php?entry=entry091130-013009</link>
		<description><![CDATA[1.. Venezia città metropolitana, assieme ai comuni che insistono nell&#039;area vasta attorno alla gronda lagunare nella zona centrale dell&#039;attuale Provincia, con competenze su Urbanistica, mobilità, progetti e servizi strategici a scala metropolitana.<br />  2.. Federalismo solidale, anche fiscale, che non sia un nuovo centralismo delle Regioni, ma una democrazia partecipata a livello di municipi, con piena cittadinanza di tutti, compresi gli immigrati, a cui garantire il diritto di voto amministrativo.<br />  3.. Bonifica dei suoli di P. Marghera per insediarvi attività eco-compatibili, occupando i lavoratori degli attuali cicli nocivi, senza nuovo consumo di suolo con cementificazioni per progetti discutibili (Veneto City, M. Polo City, Città della Moda).<br />  4.. Istituire il Parco della Laguna, ripristinando l&#039;equilibrio nidrogeologico ed ambientale, vietando l&#039;accesso alle mega navi da crociera, petrolifere e portacontainer, che richiedono canali navigabili con profondità incompatibili con l&#039;ecosistema.<br />  5.. Bloccare i lavori del Mose, riconvertendo le opere marittime realizzate, e demolendo quelle non riconvertibili (l&#039;orrenda Isola del Bacan), per altri progetti, sperimentali, graduali e reversibili, di eventuali barriere mobili alle bocche di porto.<br />  6.. Norme urbanistiche che vietino cambi di destinazione d&#039;uso selvaggi da residenza a bed &amp; breakfast/affittacamere, trasformando la città antica in un albergo diffuso; norme che anzi favoriscano la residenza, mediante una continua manutenzione urbana.<br />  7.. Sistema di mobilità metropolitano ed intermodale delle persone e delle merci via terra e via acqua, ecocompatibile, non inquinante, che escluda grandi infrastrutture inutili e dannose quali Alta velocità o metropolitana sub lagunare.<br />  8..  Per un turismo sostenibile, con terminal a Fusina e Tessera, una programmazione e distribuzione dei flussi, nuove attività legate all&#039;immateriale e alla cultura materiale che creino occupazione, ripopolando la città antica e superando la monocoltura.<br />  9.. Per un welfare municipale che garantisca casa, reddito, servizi a tutti, compreso immigrati e giovani del circuito della formazione e del lavoro flessibile e precario, per una rete di servizi all&#039;insegna di un nuovo patto solidale tra generazioni.<br />  10.. Venezia città dei giovani e dei bambini, con servizi gratuiti, per scuola, università e cultura; luoghi di aggregazione, e non solo di consumo, in nuovi spazi in aree dismesse per il gioco, la musica, il teatro, l&#039;arte e i concerti autoprodotti.<br />]]></description>
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	<item rdf:about="http://www.rebiennale.org/workshop/index.php?entry=entry091130-011220">
		<title>VENEZIA . Il progetto Homemade al laboratorio Morion Un centro sociale «fatto in casa» Orsola Casagrande</title>
		<link>http://www.rebiennale.org/workshop/index.php?entry=entry091130-011220</link>
		<description><![CDATA[Homemade, ovvero libertà è partecipare alla vita della propria città.<br />Come? Chi è passato al centro sociale Morion di Castello nei giorni scorsi<br />o ha fatto un giro per il quartiere di Santa Marta se ne è certo reso<br />conto. Affollato il Morion di architetti, cittadini, studenti, occupanti<br />di case. Tutti indaffarati a pensare, progettare, ipotizzare interventi in<br />vari punti della città. Interventi differenti ma legati da un comun<br />denominatore, ripensare la città, ripopolarla, riappropriarsene. Un<br />progetto ambizioso, ma a Venezia ormai si vola alto. E a giusto titolo.<br />Perché attraverso Asc, l&#039;agenzia sociale per la casa, e l&#039;associazione<br />Rebiennale la città in questo ultimo anno e mezzo si è trovata sempre più<br />spesso in mezzo a cantieri, ma non cantieri polverosi e inaccessibili. Al<br />contrario cantieri di idee e di pratiche che hanno portato tra l&#039;altro<br />alla definizione di un progetto pilota presentato a Ater e Comune per<br />l&#039;autorecupero delle case occupate, ma anche al recupero del centro<br />sociale Morion, e alla costruzione di un padiglione della Biennale, Planet<br />K, il primo padiglione kurdo.<br />Homemade dunque diventa una scatola degli attrezzi, uno strumento per<br />operare e vivere la città. Infatti i propositi del progetto sono chiari:<br />contribuire a innescare forme di partecipazione consapevole, ragionata,<br />condivisa; stimolare una riflessione sullo spazio urbano coabitato;<br />re-immaginare una città in cui gli abitanti stessi siano parte attiva e<br />consapevole nel definire le esigenze e le priorità; riproporre una<br />coesistenza della dimensione urbana e rurale nel contesto lagunare; creare<br />le condizioni per incentivare un turismo sociale sostenibile. Homemade è<br />il progetto 2009-2010 di Rebiennale ed è il frutto di una collaborazione<br />tra Asc, l&#039;architetto Emiliano Gandolfi, Lucia Babina di iStrike, Exyzt,<br />Refunc e Anomalie Urbane.<br />Qual è l&#039;attrazione esercitata da Venezia per gli architetti anche<br />stranieri che da un anno e mezzo partecipano al progetto Rebiennale è<br />facile da capire. Lo dice bene Lucia Babina di iStrike: «Venezia in fondo<br />ha un vantaggio per noi che interveniamo sulle città, quello di non<br />essersi potuta sviluppare come altre città. Venezia deve costantemente<br />ripensare al passato perché non ha futuro, almeno non inteso come il<br />futuro delle altre città. Ha un altro tipo di futuro che sta nel<br />riattualizzare costantemente il suo passato». iStrike è un collettivo con<br />base in Olanda che opera sulle e nelle città, ma soprattutto con le città,<br />ovvero con i cittadini. «I nostri interventi - dice Babina - sono sulle<br />città e sulle persone con l&#039;obiettivo di migliorare la vita nelle città».<br />A Venezia Babina come gli altri protagonisti di Homemade hanno trovato un<br />terreno fertile. Anche perché Asc e Rebiennale avevano già attivato<br />processi di coinvolgimento dei cittadini. «Possiamo iniziare - dice Babina<br />- da piccole cose, per esempio un intervento a San Piero di Castello che<br />riguarda gli orti urbani ma in collegamento con i contadini di<br />Sant&#039;Erasmo». Idee ce ne sono molte sul tappeto, come il mercato mobile o<br />cambiare volto a quello spazio pubblico alla Giudecca che tanto<br />infastidisce i cittadini.<br />Il centro sociale Morion in questo processo è fondamentale perché di fatto<br />è la piattaforma, il luogo di sperimentazione di idee aperto a tutti.<br />Interessante la sinergia con l&#039;artista Marietiza Potric che tiene un corso<br />allo Iuav Arte e che sta lavorando all&#039;isola di Sant&#039;Erasmo con i<br />contadini locali sui sistemi di irrigazione che utilizzino l&#039;acqua<br />piovana. «È un lavoro importante - dice Babina - che parte dall&#039;idea che<br />condividiamo di riconsiderare il fatto che le città possano produrre parte<br />delle risorse che poi useranno». Al Morion nei giorni scorsi c&#039;erano anche<br />Jan Korbes e Denis Oudendijk, architetti del collettivo Refunc. Già ospite<br />del padiglione Italia alla Biennale architettura curato da Emiliano<br />Gandolfi, Refunc opera tra il design, la creazione artistica e<br />l&#039;architettura producendo oggetti, installazioni autocostruite a partire<br />dal riciclaggio e riutilizzo dei materiali vecchi di scarto. «Diamo nuova<br />vita agli oggetti e ai materiali abbandonati - dicono - dimenticati,<br />gettati via. L&#039;origine del design è insito nell&#039;oggetto stesso, nella sua<br />anima, noi auscultiamo e ascoltiamo gli oggetti, la loro storia e i<br />desideri che li hanno creati o utilizzati e a partire da questo scopriamo<br />un nuovo modo di usarli». Gli architetti di Refunc sono «usciti dagli<br />studi di architettura - dice Babina - criticando il sistema di<br />architettura attuale e credendo in una cosa fondamentalmente, che si può<br />riutilizzare quello che già esiste». Nei loro luoghi di intervento in<br />genere arrivano senza nulla, cominciando a cercare e recuperare materiali<br />da riutilizzare in loco.<br />Nel primo laboratorio Homemade al Morion dunque si sono gettate le basi<br />per il lavoro che si svilupperà a partire da dicembre e che coinvolgerà<br />anche interventi già attivi l&#039;anno scorso, come per esempio il recupero<br />dei materiali utilizzati dalla Biennale d&#039;Arte da parte dell&#039;associazione<br />Rebiennale, che quest&#039;anno oltre al recupero e allo stoccaggio si prefigge<br />anche la restituzione alla città di quei materiali attraverso il loro<br />utilizzo in interventi in città.<br />]]></description>
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	<item rdf:about="http://www.rebiennale.org/workshop/index.php?entry=entry091018-211229">
		<title>AUTORECUPERO,  case, quartieri, città</title>
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		<description><![CDATA[Le case che abbiamo occupato erano chiuse e abbandonate, insalubri quindi inagibili e sottratte all&#039;uso abitativo. Le abbiamo aperte, ripulite e recuperate, risanate e dunque riqualificate restituendole agli abitanti e all&#039;uso residenziale. Questo lavoro e questo impegno per restituire un bene collettivo e comune alla città è concreto ed è una risposta all&#039;emergenza abitativa e all&#039;esodo degli abitanti veneziani dalla loro città. I nostri interventi abitativi sono documentati, riconosciuti e autofinanziati,  queste esperienze di occupazione e di lotta sono una ricchezza e una risorsa comune. Solo chi non vive e non conosce Venezia riesce a definire &quot;abusivi&quot; i progetti e una produzione culturale di straordinaria vitalità e qualità.<br /><br />L&#039;ASC, Cantieri sociali di Autorecupero e autocostruzione ha  portato avanti in questi ultimi tre anni un progetto pilota per l&#039;autorecupero delle case ATER del centro storico del Comune di Venezia. Il progetto è stato presentato e reso pubblico nel 2009. Ci siamo impegnati a riqualificare le case ed i quartieri dove abitiamo valorizzando la cooperazione e la ricerca di soluzioni che rendono possibili  sostenibilità eco-energetica e ambientale.  <br /><br />Il percorso dell&#039;autorecupero delle case è stato avviato nel 2003 con una prima fase di progettazione e intervento strutturale e una seconda fase in corso che ha il duplice scopo di aumentare il comfort abitativo e di ridurre notevolmente le dispersioni e gli sprechi di energia, da realizzare con la possibilità di accedere al credito nelle modalità e alle condizioni previste dal Comune di Venezia. Constatando che accordi tra Ater, Comune e associazioni e/o coooperative non sono certo una novità in Italia e ancora meno in Europa, intendiamo rivolgere i nostri progetti ai quartieri con interventi specifici legati al turismo sociale e alla produzione culturale, settori che producono macroscopiche trasformazioni in città. Una città che conosciamo perché la leggiamo da dentro, la interpretiamo dal basso, la studiamo attraverso l&#039;inchiesta, cerchiamo gli strumenti che ci permettono di confrontarci con la sua complessità e diversità e soprattutto con le sue contraddizioni. La città vista da noi è un corpo sociale, un organismo in movimento.<br /><br />Da questa consapevolezza del territorio e della sua complessità in sintesi con le lotte per il reddito, la casa e il welfare nasce Rebiennale, cantiere di formazione e di intervento negli spazi abitativi e urbani .<br />Grazie alle competenze di architetti, urbanisti, ricercatori e l&#039;essenziale contributo degli abitanti stessi,  Rebiennale ci ha permesso di intervenire in un tessuto urbano condizionato dai vincoli storici e dalla morfologia lagunare.  La necessità del recupero riguarda non solo le case e l&#039;abitazione ma anche gli spazi e le reti sociali che vivono e fanno vivere la città. <br />L&#039;autorecupero infatti ha investito la Biennale, fabbrica di eventi culturali che produce una quantità di materiali riutilizzabili o riciclabili nei progetti che abbiamo realizzato a partire dal 2008.  Una volta consumata la loro esistenza nel ciclo espositivo le installazioni e la quasi totalità delle opere vengono gettate, abbandonate, considerate scarti e dunque inutilmente sprecate.<br />Rebiennale, grazie alla sperimentazione del progetto con il ciclo delle Biennali a partire dal 2006, ha tradotto in sinergia  con l&#039;università e con la stessa Biennale di Architettura 2008, la pratica dell&#039;autorecupero abitativo e del suo diffondersi nella dimensione sociale e produttiva in città. <br /><br /><br /><br /><br />All&#039;inizio del 2009 siamo entrati nella fase operativa di intervento con l&#039;apertura del cantiere nel Laboratorio occupato Morion (http://morion.samizdat.net/) a Castello dove, oltre l&#039;autorecupero del Morion, i collettivi di architetti, abitanti, studenti e quanti sono coinvolti nei workshop hanno progettato, lavorato e ragionato sui possibili utilizzi sia dei materiali recuperati alla Biennale sia degli spazi. <br /><br />Quest&#039;anno la cooperazione dei diversi partecipanti, dei collettivi e studi di architetti ha permesso esperienze innovative che hanno avviato i cantieri del 2010. Questi progetti toccano ambiti diversi e sono frutto del lavoro fatto in questi anni con le case. Partiamo dagli elementi che abbiamo individuato grazie al percorso di formazione e riqualificazione messo in pratica negli spazi abitativi, in quelli comuni come il Laboratorio Morion e la spiaggia Global Beach al Lido e in quelle zone che definiamo &#039;intersizi&#039; urbani, spazi intenzionalmente dimenticati e lasciati al degrado in attesa di essere sottratti, attraverso operazioni consociate di riabilitazione immobiliare  e speculazione finanziaria, al &#039;pubblico&#039; e ai cittadini.  <br />Il progetto, che abbiamo chiamato &quot;Homemade&quot;, articola cantieri di sperimentazione e di ricerca nel territorio per abitare case e quartieri con interventi puntuali connessi alla produzione culturale e al turismo sociale.<br /><br /><br /><a href="http://agenziasocialeperlacasa.blogspot.com/" target="_blank" >http://agenziasocialeperlacasa.blogspot.com/</a><br /><br /><a href="http://www.rebiennale.org" target="_blank" >http://www.rebiennale.org</a><br />]]></description>
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	<item rdf:about="http://www.rebiennale.org/workshop/index.php?entry=entry091018-175247">
		<title>Luoghi Comuni </title>
		<link>http://www.rebiennale.org/workshop/index.php?entry=entry091018-175247</link>
		<description><![CDATA[<i>Workshop di pianificazione, architettura, design, comunicazione, socialità</i><br /><br /><img src="images/flyer_luoghicomuni.jpg" width="512" height="1409" border="0" alt="" /><br /><br />LUOGHI COMUNI 22-27 OTTOBRE 2009<br />Workshop di pianificazione, architettura, design, comunicazione, socialità.<br /><br />Iscriviti scrivendo a <a href="mailto:anomalieurbane@gmail.com" target="_blank" >anomalieurbane@gmail.com</a><br /><br />Parteciperanno al workshop i collettivi Refunc, Do Knit Yourself, Guerrilla Gardening,  Magda Sayeg (Knitta Please), iStrike Foundation,  ASC (agenzia sociale per la casa) ed il gruppo Rebiennale.<br />Esistono  ambienti e spazi dimenticati in ogni realtà urbana che invocano la nostra attenzione ed  ambiscono ad una nuova dimensione comune,  offrendosi a noi come opportunità di espressione, di cooperazione, di azione e rigenerazione.<br /><br />Visibili o inosservati, legati ai nostri desideri e al nostro vivere,  oppure rifiutati e rifuggiti, spesso nati già come non luoghi o aree di risulta, diventati contenitori di spontaneità urbane o segni tangibili di degrado e dimenticanza.<br /><br />Spazi interclusi, disponibili al progetto, ci stimolano ad una riconversione culturale che si innesti nell’eco-sistema sociale ponendosi come beni relazionali ed elementi di coesione urbana all’interno dell’habitat territoriale particolare.<br /><br />Veri e propri spazi del welfare,  non possono più essere luoghi di ‘nessuno’, in attesa di interventi privati, o di un Pubblico lontano:  possono e devono diventare Luoghi Comuni.<br /><br />Cittadini, studenti, associazioni, gruppi di artisti ed architetti ne hanno discusso nei vari appuntamenti  del ciclo di autoformazione nato dall’Onda Anomala di Venezia “Anomalie Urbane”, attraverso  i racconti e le speculazioni teoriche dei membri del gruppo Archizoom;  l’analisi degli spazi, del tempo e dell’individuo (sia come creatore che come fruitore) nel loro rapporto con l’architettura contemporanea;  il ruolo della spontaneità e della radicalità nel processo genealogico dei nuovi orizzonti espressivi; la riqualificazione urbana e sociale dei quartieri attraverso la lotta per il diritto all&#039;abitare e per spazi di produzione culturale indipendente (ASC, URBAN CODE, LABORATORIO MORION); la sostenibilità nella pianificazione e nel<br />progetto; le modalità della progettazione partecipativa;  il riuso e l’autorecupero dei materiali e degli spazi (insieme a Exyzt e Rebiennale);  la stretta relazione tra le emergenze  e l’esigenza del rifiuto degli iter e delle speculazioni private o istituzionali che necessita di risposte urgenti e comuni (i migranti e i conflitti nella metropoli del terzo millennio ed il loro rapporto con la governance, indagati insieme al collettivo  STALKER, e a Laura  Fregolent,  o l’analisi e le possibili soluzioni per la questione abitativa  di cui abbiamo parlato con Andrea Branzi e Giovanni Caudo).<br /><br />Oggi la fotografia della città di Venezia, nella sua specificità territoriale,  mostra la realtà dell’esodo e del degrado abitativo, della messa a valore della sua essenza storica e dei suoi monumenti, del suo ruolo di laboratorio della precarizzazione,  all’interno della fabbrica della cultura, di quelle soggettività produttive cognitive post-fordiste, che subiscono in primis gli attacchi ed i tagli alla ricerca, all’università, allo spettacolo, alla cultura.<br /><br />In tale contesto questi succitati spazi possono diventare luoghi comuni di socialità e di cooperazione  tra chi vive la città e chi la attraversa (in particolare studenti e docenti ma anche artisti e architetti),  tra chi ne usufruisce e chi la crea, tra la popolazione residente e la popolazione quotidiana od occasionale.<br /><br />Le pratiche di riappropiazione, condivisione coinvolgimento e fruizione stanno alla base della creazione di un habitat condiviso.<br /><br />Il workshop si snoda in una serie di interventi ‘deboli e diffusi’ che nel quartiere di S.Marta, insieme agli abitanti e agli studenti delle facoltà di architettura e design, e a Cà Tron nella sede della facoltà di pianificazione,  intrecciandosi con il workshop “Giardini Segreti”, mirano a creare situazioni che permettano tramite nuovi spazi di fermata la permanenza dell’outsider e fungano da blocchi di flusso.<br /><br />Obbiettivo è facilitare a Santa Marta un’interazione tra diverse identità  che coabitano senza dialogo nella stessa area,  trasformando spazi &#039;inerti&#039; e di passaggio in connettori sociali e permettere  invece a Ca Tron lo sviluppo del rapporto tra studenti e città.<br /><br />Il Workshop si aprirà il giorno 22 Ottobre, alle ore 11.00, presso la sede IUAV dell’ex cotonificio di S.Marta,  con una conferenza tenuta dal collettivo Refunc, da Lucia Babina di iStrike, dal gruppo Rebiennale e dall’Asc.<br /><br />Al termine dell’incontro seminariale, verrà  aperto ed allestito un cantiere sociale nel quartiere popolare di Santa Marta,  in cooperazione  con residenti ed occupanti, che si protarrà nei giorni seguenti (23 e 24 Ottobre), e in cui si realizzeranno vari manufatti a partire dai materiali forniti da Rebiennale agli studenti e alle comunità e reti coinvolte nel progetto.<br /><br />Le metodologie scelte di autorecupero e autocostruzione, strumenti innovativi e antispeculativi, implicano la salvaguardia del legame  storico-affettivo con il luogo per gli abitanti coinvolti, di quello relazionale con il territorio (sia per chi attraversa  gli spazi, che per chi vi progetta e realizza )  nonché l’abbattimento dei costi economici e la creazione di rapporti.<br /><br /><br />Dalla mattina del  giorno 27 invece l’appuntamento è nella sede di Pianificazione della Facoltà Iuav , presso Cà Tron, dove insieme ai colletivi Do Knit Yourself e Guerrilla Gardening, e a Magda Sayeg, si proseguirà il lavoro iniziato a Giugno dal laboratorio ‘Giardini Segreti’, analizzando alcune proposte progettuali formulate dagli studenti, verificandone la fattibilità in relazione alla specificità e alla storia del luogo, e realizzando una serie di installazioni atte alla riqualificazione del giardino e degli ambienti retrostanti che saranno allestiti per ospitare gli  artisti e gli architetti invitati ad intervenire e collaborare.<br /><br /><img src="images/flyer_luoghicomuni_retro.jpg" width="512" height="1437" border="0" alt="" />]]></description>
	</item>
	<item rdf:about="http://www.rebiennale.org/workshop/index.php?entry=entry090912-190204">
		<title>Abusivi tra le calli. Squatter innovativi a Venezia</title>
		<link>http://www.rebiennale.org/workshop/index.php?entry=entry090912-190204</link>
		<description><![CDATA[a cura di Orsola Casagrande, da &quot;il Manifesto&quot; del 12 settembre 2009, p. 15<br /><br /><img src="images/GBpag15del12sett.jpg" width="512" height="725" border="0" alt="" /><br /><br /><b>Abusivi tra le calli. <br /><i>Squatter innovativi a Venezia</i></b><br /><br /><i>Dalla spiaggia alle case occupate. Tra accuse di abusivismo, rischi di sfratto e iniziative culturali. Mentre gli occupanti presentano progetti di autorecupero al comune. Ultima idea: Homemade. Abitazioni, produzione culturale e turismo sociale.</i><br /><br />VENEZIA<br />L&#039;Asc, agenzia sociale per la casa da anni, è impegnata a valorizzare la cooperazione sociale e la riqualificazione delle case del centro storico. Una ricca produzione culturale fatta di saperi e di competenze che rendono possibili soluzioni e tecnologie volte alla sostenibilità eco-energetica e al bio-recupero. Un&#039;esperienza tradotta nell&#039;intervento in un tessuto urbano condizionato dai vincoli storici e dalla morfologia lagunare. Da questa consapevolezza del territorio e della sua complessità in sintesi con le lotte per il reddito, la casa e il welfare nasce nel settembre dell&#039;anno scorso Rebiennale, cantiere di formazione e di intervento negli spazi abitativi e urbani che sarà presentato alla prossima Biennale di Architettura di Rotterdam.<br />Mentre le attività dei movimenti sul fronte casa vengono riconosciute e anzi trovano posto in prestigiose biennali europee perché rappresentano un interessante percorso di recupero e riqualificazione, stupisce leggere sulle cronache dei quotidiani locali i proclami bellicosi del questore che annuncia il pugno di ferro contro gli abusivi. Mai come in questo fine estate termine è stato così abusato. E al di là del gioco di parole si tratta di una situazione assai preoccupante. Che il movimento si augura non diventi tendenza. Anche perché quello a cui si è assistito è stato qualcosa di ben diverso dall&#039;abusivismo (curioso che mai il questore o chi per esso si schieri pubblicamente sui giornali veneziani contro i plateatici da jungla dei tanti bar e ristoranti - che a Venezia ormai dopo il tramonto bisogna sgomitare con chi sta seduto al ristorante per poter passare in una calle). A Global Beach la parola «abusivi» è stata usata da chi attacca politicamente precari e studenti che lottano per reddito e dignità delle condizioni di lavoro. Dalla spiaggia alle case occupate il passo è breve. Come la spiaggia le case occupate dall&#039;Asc erano chiuse e abbandonate, insalubri, inagibili e sottratte all&#039;uso abitativo. E come è stato fatto con la spiaggia, le case sono state aperte, ripulite e recuperate, risanate e dunque riqualificate e restituite agli abitanti e all&#039;uso sociale e a chi vuole visitare Venezia in tempo di crisi. Come per Global Beach questo per restituire un bene comune alla città è visibile, concreto, gli interventi sono documentati, riconosciuti e autofinanziati.<br />A Global Beach si è parlato di precariato e di spiaggia, di welfare e di spazi di indipendenza e di autonomia nel contesto di una crisi strutturale e sistemica perché queste esperienze di occupazione e di lotta sono una ricchezza e una risorsa comune. Di sera a Global Beach, di giorno gli stessi precari della cultura si ritrovavano in una casa occupata Ater a Santa Marta in attesa di uno sfratto. Come sempre a Venezia gli sfratti sono un fatto pubblico. Non privatamente gestito da chi la casa la occupa. C&#039;è la solidarietà degli altri occupanti e degli abitanti dei quartieri. A Santa Marta, uno dei quartieri storicamente popolari di Venezia, le case occupate sono parecchie. E se ci si guarda intorno, ci si rende conto che la necessità del recupero riguarda non solo le case e l&#039;abitazione ma anche gli spazi e le reti sociali che vivono nei quartieri. Altrettanto utile quando finalizzata al recupero è la situazione dei mega-eventi culturali come la Biennale.<br />Nell&#039;autunno 2008 è partito il programma formativo con una serie di laboratori, seminari e atelier gestiti da Rebiennale, concordati con gli studenti Iuav e realizzati con la collaborazione della facoltà di Architettura che ha finanziato la ricerca. All&#039;inizio del 2009, si è entrati nella fase operativa di intervento con l&#039;apertura del cantiere nel Laboratorio occupato Morion di Castello. Le case in via di autorecupero sono una parte essenziale dei lavori in corso di Rebiennale e riguardano la proposta presentata al comune e all&#039;Ater: dare vita ad un progetto pilota di autorecupero che coinvolge alcune delle case nel centro storico. Gli abitanti si impegnano a recuperare, rimettere a norma riportando l&#039;abitazione ad uno stato di agibilità totale in cambio dell&#039;assegnazione. Il percorso dell&#039;autorecupero delle case è stato avviato nel 2003 con una prima fase di progettazione e intervento strutturale e una seconda fase in corso che ha il duplice scopo di aumentare il comfort abitativo e di ridurre notevolmente le dispersioni e gli sprechi di energia da realizzare con la possibilità di accedere al credito nelle modalità e alle condizioni previste dal comune. Gli accordi tra Ater, comune e associazioni e/o coooperative non sono certo una novità in Italia e ancora meno in Europa. Asc e Rebiennale, più in generale il movimento veneziano, a partire da Global Beach che oggi si chiude, ha in cantiere una serie di interventi. Il progetto è stato ribattezzato &quot;Homemade&quot; e articola cantieri di sperimentazione e di ricerca nel territorio per abitare case e quartieri con interventi legati alla produzione culturale e al turismo sociale. ]]></description>
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	<item rdf:about="http://www.rebiennale.org/workshop/index.php?entry=entry090906-185823">
		<title>Parola ai writers,  Quando un muro racconta la storia</title>
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		<description><![CDATA[A cura di Orsola Casagrande, da &quot;il Manifesto&quot; del 6 settembre 2009<br /><br /><img src="images/GBwriters6settpagina15.jpg" width="512" height="725" border="0" alt="" /><br /><br /><b>Parola ai writers</b><br /><i>Quando un muro racconta la storia</i><br /><br /><br />Urban Code a Global Beach. Ovvero il mondo dei writers sbarca al Lido. In realtà i writers veneziani hanno lasciato i loro segni sulle strutture di Global Beach ma ieri sera hanno affidato a un video e alle parole il racconto della loro esperienza. Il video è quello dell&#039;americano Jon Reiss, Bomb It!. Le parole sono quelle dei writers veneziani stessi, racchiuse in un prezioso libro, «Headlines. In evidenza dal basso» che è un capitolo della variegata storia del graffitismo nella città lagunare. «Il gruppo Urban Code (www.urban-code.it, ndr) è nato contemporaneamente all&#039;occupazione ai magazzini del Sale. - dice Rocco Cacciari, uno dei giovani writers - Ci accomunava tra le altre cose il ragionare su come intervenire sulla città». Urban Code rovescia in qualche modo anche la percezione che vuole i writers artisti &#039;individualisti&#039;. Certo ognuno dei writer ha i propri segni e agisce anche da solo, ma l&#039;esperienza veneziana dimostra che c&#039;è una dimensione collettiva molto forte tra i giovani writers. «Ci ha spinto a unirci - dice ancora Rocco - anche un fatto molto concreto. E cioè la pesante operazione di polizia a carico dei writers veneziani avviata ormai tre anni fa e che ha portato alla perquisizione di dodici abitazioni e a una indagine capillare per danneggiamento aggravato a carico nostro. Ancora non c&#039;è stata la sentenza». Questa azione repressiva ha spinto i writers a unirsi e a mettere in mostra i loro lavori. «Se siamo i colpevoli - dice ancora Rocco - facciamo vedere le prove. Abbiamo giocato sulla parola dock, che è sì il porto ma è anche il banco degli imputati in tribunale». E i &#039;colpevoli&#039; hanno spiegato le loro ragioni. «Colpevoli di cosa? La provocazione sta tutta qui - hanno scritto i writers veneziani - nel mondo contemporaneo il fare graffiti, il writing vive sotto la continua minaccia di una repressione sempre più incalzante ed esplicita. Questa direzione politica verso la tolleranza zero, questo continuo inasprimento delle retoriche di sicurezza, è secondo noi la reale anti cultura da combattere. Sotto lo spauracchio del criminale - concludono i writers - quindi del writer, dell&#039;ultras, o dell&#039;immigrato clandestino si accetta di vivere osservati continuamente da occhi digitali di telecamere puntate su luoghi pubblici, angoli di città dove tutto è raccolto, tutto è registrato, dove la spontaneità è talvolta punita». Spontaneità è certo l&#039;attributo che più si addice ai writers. «Certo - dice Rocco - il graffito parte da una spontaneità ma la provocazione, non sappiamo e non ci interessa nemmeno sapere se è arte, la provocazione sta nel fatto che ci interessa raccontare e dire che questa è una forma di attivismo, artistico, che mira a una ribellione rispetto alla omologazione degli orizzonti, dei segni urbani nella metropoli. E&#039; una ribellione che porta anche a gesti &#039;illegali&#039;, come l&#039;attacco alla superficie dei treni, che sono anche un simbolo della città che funziona del modulo ripetuto. Il graffito è simbolo anche di una rottura di segni imposti sulla città. E la rottura dell&#039;orizzonte dei segni evidenzia le contraddizioni della metropoli». Il libro «Headlines. In evidenza dal basso», raccoglie alcuni episodi della storia dei writers veneziani. Promosso dal Comune di Venezia «che - come scrive l&#039;assessora alle politiche giovanili e pace, Luana Zanella - riconosce anche il writing come espressione della creatività e cultura giovanile che nasce dal bisogno di raccontarsi e manifestarsi». I writers, come si vede nelle foto raccolte nel libro, hanno raccontato in questi anni sulle aree dismesse di Porto Marghera, sull&#039;architettura industriale in disuso rendendo questi scheletri vuoti nuovamente vivi, rianimandoli, usandoli. Dal fuori, gli esterni, le periferie, al dentro, soprattutto lo spazio della casa. Il fuori e il dentro sono raccontati in un progetto che trova spazio nel libro e che è rappresentato da panoramiche a 360°, immagini panottiche dove niente dello spazio viene censurato da un&#039;inquadratura, spazi reali, in tre dimensioni riflettono le persone che li vivono, trasportandone i sentimenti. Il progetto è firmato Ryts Monet e Luca Vascon. Una terza parte del libro è dedicata a un progetto estremamente interessato legato all&#039;identità. I writers infatti hanno lavorato con i cittadini stranieri, spesso senza permesso di soggiorno, che hanno frequentato i corsi di italiano al centro sociale Rivolta di Marghera. Il risultato di questi incontri e scambi è «Unconventional Portrait». Il punto di partenza era cercare modi «per attuare una efficace critica delle retoriche della sicurezza». Perché «l&#039;identità a volte è negata e per riprendersela occorre trovarne un&#039;altra e spingerla dal basso il più possibile». ]]></description>
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		<title>Cultura precaria - intervista a Judith Revel</title>
		<link>http://www.rebiennale.org/workshop/index.php?entry=entry090902-185351</link>
		<description><![CDATA[a cura di Orsola Casagrande, da &quot;il Manifesto&quot; 2 settembre 2009<br /><br /><img src="images/GB2settjudith.jpg" width="512" height="725" border="0" alt="" /><br /><br /><b>Cultura Precaria</b><br /><br />Si intitola «Formazione e fabbrica della cultura nella crisi» il dibattito in programma domani. Organizzato dall&#039;Onda anomala di Venezia, all&#039;incontro partecipano Pierluigi Sacco, economista e docente Iuav, Monique Veaute, direttrice di Palazzo Grassi, Andrea Fumagalli, economista e Judith Revel, filosofa e docente all&#039;Universitè Paris I. E proprio con Revel abbiamo anticipato i temi del dibattito.<br /><br />Oggi la fabbrica della cultura non è così diversa dalla fabbrica tradizionale: uso massiccio del precariato, delle esternalizzazioni, della flessibilità.Credo che la parola cultura così come la parola produzione, siano termini da ridefinire. Così come si è pensato il mondo della produzione materiale come un mondo ignorante e grezzo, si è considerato la cultura come un fatto quasi aristocratico, che implicava fenomeni di rarefazione sociale. Oggi il fatto che la produzione si sia spostata sempre più in modo egemone su elementi immateriali anche dentro la produzione materiale fa sì che l&#039;elemento del sapere, la circolazione dei saperi sia determinante per la produzione. Venezia è sì fabbrica di cultura perché ha musei, gallerie, fondazioni. Questo è vero. Ma qui c&#039;è anche un&#039;università importante che è un bacino di saperi e qualificazioni. La cosa nuova è che si è stabilito un rapporto tra le istituzioni culturali il cui circuito si è fissato nel secondo dopoguerra, e il mondo universitario, che era abbastanza distaccato da quella realtà.<br /><br />Per quale ragione?<br />Anche per motivi banali: perché la città era troppo costosa per gli studenti, che si limitavano ad attraversarla ma rimanevano estranei a ciò che essa poteva offrire. Oggi, i precari della cultura sono gli stessi che studiano allo Iuav, e viceversa, gli studenti sono allo stesso tempo gli utenti dei luoghi della cultura, un pubblico potenzialmente prezioso per le istituzioni culturali della città, e un serbatoio di mano d&#039;opera qualificata. I due mondi s&#039;incontrano, e va aggiunto a questo punto un terzo mondo, che è quello dell&#039;economia, dei processi di valorizzazione.<br /><br />Cos&#039;è oggi il valore?<br />Ho visto in questi giorni la metà della Biennale, nei padiglioni nazionali dei Giardini, era tanto che non percepivo - forse dalla Biennale di architettura curata da Fuksas dieci anni fa - una linea politica cosi netta. Una sorta di filo che si aggroviglia attorno all&#039;implosione dello stereotipo del benessere materiale: gli appartamenti pieni di beni ammassati, la superficie liscia del design, l&#039;apparire... Esemplari, se vuoi, mi sembrano il padiglione danese e quello finlandese, in parte anche quello francese. Come se ci fosse i gioco la consapevolezza che la mercificazione è ormai arrivata a un punto che essa stessa non può più sostenere - perché in realtà la vera ricchezza è altrove. Stiamo attenti, con questo non voglio dire - e il pericolo di fraintendimento è grande, lo so - che si tratta di tornare a essere poveri per essere felici, o che il rifiuto del consumo basti ad assicurarci una pseudo-purezza etica e politica: mi stupisce sempre che gli addetti della decrescita non abbiano mai pensato quanto può essere osceno quel tipo di discorso - viviamo senza niente per vivere felici - quando realmente i tre quarti del pianeta sta in miseria. Vallo a dire tu a uno che ha fame che deve consumare meno... Insomma, l&#039;ultimo lusso può essere anche questa deprivazione volontaria, un po&#039; come le diete, con l&#039;inevitabile discorso moralistico che accompagna in generale i «colpi di scena» del mondo degli abbienti...<br /><br />Ma alla Biennale il tono mi sembra felicemente diverso.Sì, alcuni padiglioni sembrano semplicemente puntare la contraddizione nella quale si trovano: ma come, ci chiedete opere d&#039;arte come se fossero oggetti di design da accumulare, e che finiranno - alla meglio - in musei o fondazioni, o un qualche caveau di banca, proprio nel momento in cui non è tanto un oggetto a contenere o ad incarnare valore bensì quel groviglio di idee, circuiti, cooperazioni, modi di agire e d&#039;immaginare, che invece, il valore, lo producono! Se vuoi, è come se la Biennale si fosse incaricata di aggiungere un capitolo al saggio benjaminiano sull&#039;opera d&#039;arte all&#039;epoca della sua riproducibilità. Oggi, non è la produzione seriale il problema. Piuttosto: cos&#039;è l&#039;opera d&#039;arte quando è la produzione sociale che innerva i processi di valorizzazione? E allora, come lo fa scherzosamente il padiglione danese, si può pure appendere sul padiglione stesso un pannello «affittasi» con tanto di numero di telefono di un finto real estate: il mondo è cambiato.<br /><br />Quanto la formazione è cambiata o dovrebbe cambiare?È, credo, assai ovvio che buona parte della formazione universitaria sia fatta per mantenere gli studenti in uno statuto di cecità - per esempio martellando loro che la centralità del lavoro «vecchio stampo» - quello fordista, per intenderci - esiste ancora; ma che, paradossalmente, devono accettare elementi nuovi - una disoccupazione ormai massiccia, e, quando il lavoro c&#039;è, una flessibilizzazione e una precarizzazione assolute. Quell&#039;apprendimento precoce del silenzio e della docilità, in cui ci si piega davanti a condizioni di lavoro che massacrano tutta la vita, mi sembra avvenga già all&#039;università. Ti si chiede di laurearti in un settore in cui c&#039;è impiego. Ma contemporaneamente, ti si chiede anche di essere polivalente, e pronto a fare un lavoro per il quale non sei formato. Si vuole dagli studenti qualificazione, ma l&#039;università paradossalmente impone loro una dequalificazione massiccia, e l&#039;accettazione della messa in gioco di tutta la sfera della vita - del tempo libero, degli affetti, della sessualità, della sanità, dell&#039;alimentazione e via dicendo.<br /><br />Insomma, cultura uguale merce.<br />Tutto questo passa attraverso la struttura universitaria, i meccanismi di reclutamento e/o di cooptazione, i programmi, l&#039;organizzazione materiale dei luoghi del sapere: tutto è fatto per nascondere a chi produce sapere - la comunità degli studenti, dei ricercatori, dei lavoratori amministrativi e tecnici tutti insieme - quanto vale questo sapere, quanto fa gola al capitale. Li si abitua a pensare che il sapere è come una lattina di coca-cola: basta pagare e ingoiare, anche se fa male! E invece, il sapere, sono loro. Il valore, lo producono loro. Ne sono espropriati. E allora, cosi come anni fa, si diceva che la fabbrica doveva essere degli operai, oggi l&#039;Onda cerca di riappropriarsi di istituzioni che sono sue. A Venezia e altrove, oggi, parlare di università e parlare di fabbrica è la stessa cosa. Forse bisognerebbe allargare ancora la cerchia: università, certo, ma anche pezzi interi di precariato più o meno organizzato, migranti - penso alle badanti, di cui si parla molto in questi giorni - artisti, informatici, designers, insegnanti, casalinghe e casalinghi...<br /><br />Cosa hanno in comune?<br />Semplicemente questo: fanno tutti parte di una produzione ormai diventata sociale e immateriale. Creano valore direttamente; o ne sono la condizione di possibilità. Se si fermano, si ferma il paese. Hai mai pensato cosa succederebbe se scioperassero le/i badanti in tutto il paese? Il capitale ha tentato di costruire un modello per gestire e sfruttare la produzione sociale. Si chiama finanziarizzazione - e sappiamo come è andata. La soluzione non è in un ritorno al capitalismo di mamma e papà, quello solido, virtuoso, materiale - quello della linea di montaggio e dei tre 8. La soluzione è di riprenderci tutto quel valore. Come recitava uno slogan dell&#039;Onda quest&#039;inverno - ricordato all&#039;ingresso di Global Beach 2009: Give me back my money!<br /><br />Il movimento studentesco dell&#039;Onda è stato dirompente. Che pensi succederà ora?Non so qui in Italia. Però mi sembra che la risposta repressiva che esiste, e che cresce sempre di più, sia molto più pesante di quello che immaginiamo. Siamo accecati dalla sceneggiata napoletana di Berlusca and friends, ne ridiamo. A volte, ho l&#039;impressione che dietro a tutto questo, ci sia da temere il peggio. Dietro alle tette e ai culi, c&#039;è un altro tipo di oscenità, molto più pesante. Recentemente ho rivisto a Parigi il Salò di Pasolini. Fa un certo effetto, dopo, guardarsi intorno. Però mi sembra anche che gli spazi siano tanti, e che i movimenti continuino a strapparli, a investirli, a torcerli, a mangiarseli. Non solo: c&#039;è tutto un sapere delle lotte che si accumula, una sedimentazione delle esperienze, un divenire-politico sempre più diffuso, anche in mondi finora piuttosto estranei alle realtà italiane «di movimento». Solo a Venezia, negli ultimi 24 mesi: Rebiennale, che ha coinvolto la gente dei quartieri, i compagni, gli studenti di architettura e dello Iuav, i padiglioni «ufficiali» della Biennale, ma anche collettivi di architetti venuti da tantissimi paesi, sociologi, urbanisti, filosofi; oppure il reinvestimento del Morion, la funzione strategica di Sale-Docks. In ciascuna di queste realtà, l&#039;università è un elemento centrale. L&#039;Onda ha attraversato in modo potente moltissimi fronti di lotta. Forse è là che sorge il problema che dovremo d&#039;ora in poi risolvere, e che per me rimane pesantemente aperto: il pericolo è di non riuscire ad articolare - non dico unificare, sarebbe tremendo: no, piuttosto legare nella loro diversità - esperienze e soggettività politiche diverse.<br /><br />In Francia la protesta è stata dirompente. È servita a qualcosa?<br /><br />Abbiamo fatto quasi un intero semestre di sciopero universitario, ma l&#039;incapacità che abbiamo avuto di costruire comune a partire dalle varie componenti del movimento - studentesco, dei ricercatori precari e non, degli agenti amministrativi e tecnici, della sanità e degli ospedali, degli intermittenti, dei migranti con o senza papiers - ha pesato enormemente. Abbiamo perso. Ha perso il corporativismo che ancora esiste nel movimento, e che blocca il riconoscimento della dimensione comune delle lotte: lotte biopolitiche, lotte per una vita socialmente e politicamente qualificata, lotte per riprenderci quello che è nostro, lotte per reinventare istituzioni all&#039;altezza di questo comune, vale a dire una democrazia assoluta.]]></description>
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	<item rdf:about="http://www.rebiennale.org/workshop/index.php?entry=entry090830-104815">
		<title>GLOBALBEACH - Cantieri SULLA SABBIA</title>
		<link>http://www.rebiennale.org/workshop/index.php?entry=entry090830-104815</link>
		<description><![CDATA[<img src="images/ilmanifesto27-8-09cantierisullasabbia.jpg" width="512" height="725" border="0" alt="" /><br /><br /><i>dal Manifesto 27.08.2009, Orsola Casagrande - Venezia</i><br /><br /><b>QUINDICI GIORNI «DIVERSI» </b><br /><br /><a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20090827/pagina/15/pezzo/258388/" target="_blank" >Leggi l&#039;articolo sul manifesto</a><br /><br /><br /><i>Prove tecniche di Global Beach. Da ieri mattina il mare di San Nicolò è<br />«abitato» non soltanto dai bagnanti veneziani. Armati di rastrelli e<br />sacchi neri i militanti di centri sociali e associazioni stanno ripulendo<br />e recuperando la spiaggia in vista della kermesse alternativa al via dal<br />primo settembre</i><br />Cantiere Global Beach in funzione. Da ieri mattina la spiaggia di San<br />Nicolò, al Lido, è «abitata» non soltanto dai bagnanti veneziani che non<br />hanno nè capanne nè capannini ma che vogliono comunque godersi il mare.<br />Armati di rastrelli e sacchi delle immondizie i militanti di centri<br />sociali e associazioni veneziane stanno ripulendo e recuperando la<br />spiaggia in vista di Global Beach, la kermesse alternativa che dal primo<br />settembre accompagnerà - a distanza, ma con molti intrecci - la mostra del<br />cinema di Venezia.<br />La spiaggia occupata è di proprietà del demanio militare, abbandonata al<br />degrado da quindici anni, che dal 2004 viene temporaneamente occupata nel<br />periodo della Mostra. Global Beach non significa, solamente, la<br />possibilità di poter campeggiare a prezzi economici in un Lido<br />inaccessibile ai più, lo spazio dove respirare un clima diverso rispetto<br />alla patinata superficie della kermesse ufficiale o dove partecipare ad<br />iniziative culturali indipendenti e di qualità. Nel tempo della crisi e<br />dell&#039;attacco governativo a cultura, spettacolo, ricerca e formazione, la<br />nostra ambizione è che Global Beach possa trasformarsi in un&#039;occasione<br />unica di incontro, confronto e mobilitazione di esperienze tra loro<br />differenti, ma, allo stesso tempo, capaci di connettersi in una logica di<br />potenza e innovazione.<br />Da oggi architetti, attivisti, militanti, cittadini lavoreranno al<br />cantiere per realizzare strutture destinate all&#039;ospitalità e alle attività<br />che ci saranno nelle due settimane di Global Beach. Perché la spiaggia non<br />è più un ambiente naturale. Come dicono gli attivisti di Rebiennale<br />(www.rebiennale.org ) l&#039;associazione che si occupa di autorecupero a<br />partire dal riutilizzo dei materiali delle vecchie Biennali, la spiaggia<br />non esiste perché è semplicemente là come la riva del mare che la bagna.<br />Non spunta da una costa ma è l&#039;addizione di materie e di elementi, la<br />moltiplicazione di energie ma anche la sottrazione di territorio e la<br />divisione, parcellizzazione del profitto. «Fare un progetto - dice Marina<br />Nebbiolo di Rebiennale - e realizzare Global Beach significa prima di<br />tutto essere capaci di leggere la geografia socio-economica della città e<br />osservare quello che esiste là dove si vuole intervenire. Global Beach è<br />un lavoro. Di questo non se ne parla, come se fosse semplice svegliarsi la<br />mattina e fare un cantiere in spiaggia, piazzare delle strutture, pulire e<br />preservare l&#039;equilibrio ambientale».<br />Per questo, fare Global Beach non è un&#039;idea alternativa o una forma di<br />occupazione effimera staccata dalla realtà cittadina, è una realtà<br />cittadina. Una delle questioni che vuole sollevare l&#039;occupazione di Global<br />Beach è anche quella della lottizzazione che privatizza la spiaggia e ne<br />determina l&#039;accesso e l&#039;uso esclusivo con evidente esproprio di un bene<br />comune e sottomissione alla governance territoriale privata. «Pensare<br />Global Beach - aggiunge Nebbiolo - diventa quindi pensare ad<br />un&#039;appartenenza alla città e la spiaggia deve essere socialmente<br />riconosciuta e valorizzata. La spiaggia non è solo un bene comune, è un<br />bene necessario, le sue infrastrutture sono un bene condiviso che<br />condiziona e trasforma lo spazio definito pubblico, la spiaggia come<br />l&#039;ambiente in generale è un modello sociale ed economico, Global beach<br />intende esprimere un modello che parla di riappropriazione di welfare».<br />Mettendo insieme, assemblando degli elementi semplici e basilari per un<br />approccio diretto al rapporto tra sostenibilità ambientale ed energetica,<br />costruzione- fabbricazione-produzione di reddito.<br />«Occupare e occuparsi della spiaggia - conclude Nebbiolo - è segno di<br />quanto cittadini e visitatori e turisti, sono sensibili alla<br />riqualificazione dal basso del territorio e dei quartieri. Guardare la<br />città dall&#039;alto immaginando una soluzione alla devastazione della laguna<br />ed al degrado architettonico del centro storico è uno spettacolo di cui<br />non chiediamo repliche. Hanno sperato che ci abituassimo alle fotografie<br />aeree della grande opera che cresce e avanza nella laguna, il Mose,<br />immaginandola come il corpo di un ingegnoso e inevitabile dispositivo di<br />difesa dal mare come se il mare e la laguna non fossero parte della città.<br />Il Mose è e resterà un corpo estraneo alla vita di Venezia perché<br />proteggere la città esige una consapevolezza e un impegno politico sul<br />piano energetico, economico e ambientale».<br />Dal riciclaggio alla riqualificazione urbana, il progetto Rebiennale<br />assume forme diverse. Dal 2008, il lavoro che ci impegna con i veneziani<br />investe gli spazi e i materiali «di scarto» con lo scopo di rerstituirli<br />alla città e ai suoi abitanti. La presenza del turismo, in particolare<br />durante gli eventi culturali o mostre internazionali potenzialmente<br />rigenera i luoghi, spostare persone e materiali per dare vita ad uno<br />spazio di vita possibile, per svelarne le potenzialità e contribuire ad<br />una storia... quella di Global Beach è uno dei capitoli del progetto<br />Rebiennale. Come lo è Planet Kurdistan, il primo padiglione kurdo, evento<br />collaterale della Biennale d&#039;Arte di Venezia. E come lo è il Morion. Sia<br />Planet K che il Morion sono capitoli del progetto che sta portando avanti<br />il collettivo Exyzt francese. «La Mostra del Cinema - dicono dal<br />collettivo, ormai presente a Venezia da un paio di anni - segna la fine<br />dell&#039;estate e intendiamo partecipare approfittando degli ultimi raggi di<br />sole sulle dune della spiaggia!».]]></description>
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	<item rdf:about="http://www.rebiennale.org/workshop/index.php?entry=entry090828-105808">
		<title>Global Beach - L&#039;AUTORECUPERO DELLA SPIAGGIA</title>
		<link>http://www.rebiennale.org/workshop/index.php?entry=entry090828-105808</link>
		<description><![CDATA[<img src="images/beaxch.jpg" width="512" height="288" border="0" alt="" /><br /><br /><b>L&#039;AUTORECUPERO DELLA SPIAGGIA</b><br /><br />La spiaggia non è un ambiente naturale, non lo è più. Non esiste perché è<br />semplicemente là come la riva del mare che la bagna, non spunta da una<br />costa ma è l&#039;addizione di materie e di elementi, la moltiplicazione di<br />energie ma anche la sottrazione di territorio e la divisione,<br />parcellizzazione del profitto. Fare un progetto e realizzare Globalbeach<br />significa prima di tutto essere capaci di leggere la geografia<br />socio-economica della città e osservare quello che esiste là dove si vuole<br />intervenire. Globalbeach è un lavoro. Di questo non se ne parla, come<br />fosse semplice svegliarsi la mattina e fare un cantiere in spiaggia,<br />piazzare delle strutture, fare pulito e preservarne l&#039;equilibrio<br />ambientale. Fare Globalbeach non è un&#039;idea alternativa o una forma di<br />occupazione effimera staccata dalla realtà cittadina, è una realtà<br />cittadina.  Una delle questioni che vuole sollevare l&#039;occupazione di<br />Globalbeach è anche quella della lottizzazione che privatizza la spiaggia<br />e ne determina l&#039;accesso e l&#039;uso esclusivo con evidente esproprio di un<br />bene comune e sottomissione alla governance territoriale privata. Pensare<br />Globabeach diventa quindi pensare ad un&#039;appartenenza alla città e la<br />spiaggia deve essere socialmente riconosciuta e valorizzata. La spiaggia<br />non è solo un bene comune, è un bene necessario, le sue infrastrutture<br />sono un bene condiviso che condiziona e trasforma lo spazio definito<br />pubblico, la spiaggia come l&#039;ambiente in generale è un modello sociale ed<br />economico, Globalbeach intende esprimere un modello che parla di<br />riappropriazione di welfare. Mettendo insieme, assemblando degli elementi<br />semplici e basilari per un approccio diretto al rapporto tra sostenibilità<br />ambientale ed energetica, costruzione- fabbricazione-produzione di<br />reddito.  Occupare e occuparsi della spiaggia è segno di quanto cittadini<br />e visitatori o turisti, sono sensibili alla riqualificazione dal basso del<br />territorio e dei quartieri. Guardare la città dall&#039;alto immaginando una<br />soluzione alla devastazione della laguna ed al degrado architettonico del<br />centro storico è uno spettacolo  di cui non chiediamo repliche. Hanno<br />sperato che ci abituassimo alle fotografie aeree della grande opera che<br />cresce e avanza nella laguna, il Mose, immaginandola come il corpo di<br />un&#039;ingegnoso e inevitabile dispositivo di difesa dal mare come se il mare<br />e la laguna non fossero parte della città. Il Mose è e resterà un corpo<br />estraneo alla vita di Venezia perché proteggere la città esige una<br />consapevolezza e un impegno politico sul piano energetico, economico e<br />ambientale.<br /><br />Rebiennale<br /><br />&quot;Dal riciclaggio alla riqualificazione urbana, il progetto Rebiennale<br />assume forme diverse. Dal 2008, il lavoro che ci impegna con i veneziani<br />investe gli spazi e i materiali &#039;di scarto&#039; con lo scopo di rerstituirli<br />alla città e ai suoi abitanti.<br /><br />La presenza del turismo, in particolare durante gli eventi culturali o<br />mostre internazionali potenzialmente rigenera i luoghi, spostare persone e<br />materiali per dare vita ad uno spazio di vita possibile, per svelarne le<br />potenzialità e contribuire ad una storia... quella di Globalbeach è uno<br />dei capitoli del progetto, noi ci saremo per occuparla e abitarla, per<br />costruirla e raccontarla.<br />La Mostra del Cinema segna la fine dell&#039;estate e intendiamo partecipare<br />approfittado degli ultimi raggi di sole sulle dune della spiaggia! &quot;<br /><br />Collettivo EXYZT  -  Global beach, settembre 2009]]></description>
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