
Abusivi tra le calli.
Squatter innovativi a Venezia
Dalla spiaggia alle case occupate. Tra accuse di abusivismo, rischi di sfratto e iniziative culturali. Mentre gli occupanti presentano progetti di autorecupero al comune. Ultima idea: Homemade. Abitazioni, produzione culturale e turismo sociale.
VENEZIA
L'Asc, agenzia sociale per la casa da anni, è impegnata a valorizzare la cooperazione sociale e la riqualificazione delle case del centro storico. Una ricca produzione culturale fatta di saperi e di competenze che rendono possibili soluzioni e tecnologie volte alla sostenibilità eco-energetica e al bio-recupero. Un'esperienza tradotta nell'intervento in un tessuto urbano condizionato dai vincoli storici e dalla morfologia lagunare. Da questa consapevolezza del territorio e della sua complessità in sintesi con le lotte per il reddito, la casa e il welfare nasce nel settembre dell'anno scorso Rebiennale, cantiere di formazione e di intervento negli spazi abitativi e urbani che sarà presentato alla prossima Biennale di Architettura di Rotterdam.
Mentre le attività dei movimenti sul fronte casa vengono riconosciute e anzi trovano posto in prestigiose biennali europee perché rappresentano un interessante percorso di recupero e riqualificazione, stupisce leggere sulle cronache dei quotidiani locali i proclami bellicosi del questore che annuncia il pugno di ferro contro gli abusivi. Mai come in questo fine estate termine è stato così abusato. E al di là del gioco di parole si tratta di una situazione assai preoccupante. Che il movimento si augura non diventi tendenza. Anche perché quello a cui si è assistito è stato qualcosa di ben diverso dall'abusivismo (curioso che mai il questore o chi per esso si schieri pubblicamente sui giornali veneziani contro i plateatici da jungla dei tanti bar e ristoranti - che a Venezia ormai dopo il tramonto bisogna sgomitare con chi sta seduto al ristorante per poter passare in una calle). A Global Beach la parola «abusivi» è stata usata da chi attacca politicamente precari e studenti che lottano per reddito e dignità delle condizioni di lavoro. Dalla spiaggia alle case occupate il passo è breve. Come la spiaggia le case occupate dall'Asc erano chiuse e abbandonate, insalubri, inagibili e sottratte all'uso abitativo. E come è stato fatto con la spiaggia, le case sono state aperte, ripulite e recuperate, risanate e dunque riqualificate e restituite agli abitanti e all'uso sociale e a chi vuole visitare Venezia in tempo di crisi. Come per Global Beach questo per restituire un bene comune alla città è visibile, concreto, gli interventi sono documentati, riconosciuti e autofinanziati.
A Global Beach si è parlato di precariato e di spiaggia, di welfare e di spazi di indipendenza e di autonomia nel contesto di una crisi strutturale e sistemica perché queste esperienze di occupazione e di lotta sono una ricchezza e una risorsa comune. Di sera a Global Beach, di giorno gli stessi precari della cultura si ritrovavano in una casa occupata Ater a Santa Marta in attesa di uno sfratto. Come sempre a Venezia gli sfratti sono un fatto pubblico. Non privatamente gestito da chi la casa la occupa. C'è la solidarietà degli altri occupanti e degli abitanti dei quartieri. A Santa Marta, uno dei quartieri storicamente popolari di Venezia, le case occupate sono parecchie. E se ci si guarda intorno, ci si rende conto che la necessità del recupero riguarda non solo le case e l'abitazione ma anche gli spazi e le reti sociali che vivono nei quartieri. Altrettanto utile quando finalizzata al recupero è la situazione dei mega-eventi culturali come la Biennale.
Nell'autunno 2008 è partito il programma formativo con una serie di laboratori, seminari e atelier gestiti da Rebiennale, concordati con gli studenti Iuav e realizzati con la collaborazione della facoltà di Architettura che ha finanziato la ricerca. All'inizio del 2009, si è entrati nella fase operativa di intervento con l'apertura del cantiere nel Laboratorio occupato Morion di Castello. Le case in via di autorecupero sono una parte essenziale dei lavori in corso di Rebiennale e riguardano la proposta presentata al comune e all'Ater: dare vita ad un progetto pilota di autorecupero che coinvolge alcune delle case nel centro storico. Gli abitanti si impegnano a recuperare, rimettere a norma riportando l'abitazione ad uno stato di agibilità totale in cambio dell'assegnazione. Il percorso dell'autorecupero delle case è stato avviato nel 2003 con una prima fase di progettazione e intervento strutturale e una seconda fase in corso che ha il duplice scopo di aumentare il comfort abitativo e di ridurre notevolmente le dispersioni e gli sprechi di energia da realizzare con la possibilità di accedere al credito nelle modalità e alle condizioni previste dal comune. Gli accordi tra Ater, comune e associazioni e/o coooperative non sono certo una novità in Italia e ancora meno in Europa. Asc e Rebiennale, più in generale il movimento veneziano, a partire da Global Beach che oggi si chiude, ha in cantiere una serie di interventi. Il progetto è stato ribattezzato "Homemade" e articola cantieri di sperimentazione e di ricerca nel territorio per abitare case e quartieri con interventi legati alla produzione culturale e al turismo sociale.
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A cura di Orsola Casagrande, da "il Manifesto" del 6 settembre 2009

Parola ai writers
Quando un muro racconta la storia
Urban Code a Global Beach. Ovvero il mondo dei writers sbarca al Lido. In realtà i writers veneziani hanno lasciato i loro segni sulle strutture di Global Beach ma ieri sera hanno affidato a un video e alle parole il racconto della loro esperienza. Il video è quello dell'americano Jon Reiss, Bomb It!. Le parole sono quelle dei writers veneziani stessi, racchiuse in un prezioso libro, «Headlines. In evidenza dal basso» che è un capitolo della variegata storia del graffitismo nella città lagunare. «Il gruppo Urban Code (www.urban-code.it, ndr) è nato contemporaneamente all'occupazione ai magazzini del Sale. - dice Rocco Cacciari, uno dei giovani writers - Ci accomunava tra le altre cose il ragionare su come intervenire sulla città». Urban Code rovescia in qualche modo anche la percezione che vuole i writers artisti 'individualisti'. Certo ognuno dei writer ha i propri segni e agisce anche da solo, ma l'esperienza veneziana dimostra che c'è una dimensione collettiva molto forte tra i giovani writers. «Ci ha spinto a unirci - dice ancora Rocco - anche un fatto molto concreto. E cioè la pesante operazione di polizia a carico dei writers veneziani avviata ormai tre anni fa e che ha portato alla perquisizione di dodici abitazioni e a una indagine capillare per danneggiamento aggravato a carico nostro. Ancora non c'è stata la sentenza». Questa azione repressiva ha spinto i writers a unirsi e a mettere in mostra i loro lavori. «Se siamo i colpevoli - dice ancora Rocco - facciamo vedere le prove. Abbiamo giocato sulla parola dock, che è sì il porto ma è anche il banco degli imputati in tribunale». E i 'colpevoli' hanno spiegato le loro ragioni. «Colpevoli di cosa? La provocazione sta tutta qui - hanno scritto i writers veneziani - nel mondo contemporaneo il fare graffiti, il writing vive sotto la continua minaccia di una repressione sempre più incalzante ed esplicita. Questa direzione politica verso la tolleranza zero, questo continuo inasprimento delle retoriche di sicurezza, è secondo noi la reale anti cultura da combattere. Sotto lo spauracchio del criminale - concludono i writers - quindi del writer, dell'ultras, o dell'immigrato clandestino si accetta di vivere osservati continuamente da occhi digitali di telecamere puntate su luoghi pubblici, angoli di città dove tutto è raccolto, tutto è registrato, dove la spontaneità è talvolta punita». Spontaneità è certo l'attributo che più si addice ai writers. «Certo - dice Rocco - il graffito parte da una spontaneità ma la provocazione, non sappiamo e non ci interessa nemmeno sapere se è arte, la provocazione sta nel fatto che ci interessa raccontare e dire che questa è una forma di attivismo, artistico, che mira a una ribellione rispetto alla omologazione degli orizzonti, dei segni urbani nella metropoli. E' una ribellione che porta anche a gesti 'illegali', come l'attacco alla superficie dei treni, che sono anche un simbolo della città che funziona del modulo ripetuto. Il graffito è simbolo anche di una rottura di segni imposti sulla città. E la rottura dell'orizzonte dei segni evidenzia le contraddizioni della metropoli». Il libro «Headlines. In evidenza dal basso», raccoglie alcuni episodi della storia dei writers veneziani. Promosso dal Comune di Venezia «che - come scrive l'assessora alle politiche giovanili e pace, Luana Zanella - riconosce anche il writing come espressione della creatività e cultura giovanile che nasce dal bisogno di raccontarsi e manifestarsi». I writers, come si vede nelle foto raccolte nel libro, hanno raccontato in questi anni sulle aree dismesse di Porto Marghera, sull'architettura industriale in disuso rendendo questi scheletri vuoti nuovamente vivi, rianimandoli, usandoli. Dal fuori, gli esterni, le periferie, al dentro, soprattutto lo spazio della casa. Il fuori e il dentro sono raccontati in un progetto che trova spazio nel libro e che è rappresentato da panoramiche a 360°, immagini panottiche dove niente dello spazio viene censurato da un'inquadratura, spazi reali, in tre dimensioni riflettono le persone che li vivono, trasportandone i sentimenti. Il progetto è firmato Ryts Monet e Luca Vascon. Una terza parte del libro è dedicata a un progetto estremamente interessato legato all'identità. I writers infatti hanno lavorato con i cittadini stranieri, spesso senza permesso di soggiorno, che hanno frequentato i corsi di italiano al centro sociale Rivolta di Marghera. Il risultato di questi incontri e scambi è «Unconventional Portrait». Il punto di partenza era cercare modi «per attuare una efficace critica delle retoriche della sicurezza». Perché «l'identità a volte è negata e per riprendersela occorre trovarne un'altra e spingerla dal basso il più possibile».
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a cura di Orsola Casagrande, da "il Manifesto" 2 settembre 2009

Cultura Precaria
Si intitola «Formazione e fabbrica della cultura nella crisi» il dibattito in programma domani. Organizzato dall'Onda anomala di Venezia, all'incontro partecipano Pierluigi Sacco, economista e docente Iuav, Monique Veaute, direttrice di Palazzo Grassi, Andrea Fumagalli, economista e Judith Revel, filosofa e docente all'Universitè Paris I. E proprio con Revel abbiamo anticipato i temi del dibattito.
Oggi la fabbrica della cultura non è così diversa dalla fabbrica tradizionale: uso massiccio del precariato, delle esternalizzazioni, della flessibilità.Credo che la parola cultura così come la parola produzione, siano termini da ridefinire. Così come si è pensato il mondo della produzione materiale come un mondo ignorante e grezzo, si è considerato la cultura come un fatto quasi aristocratico, che implicava fenomeni di rarefazione sociale. Oggi il fatto che la produzione si sia spostata sempre più in modo egemone su elementi immateriali anche dentro la produzione materiale fa sì che l'elemento del sapere, la circolazione dei saperi sia determinante per la produzione. Venezia è sì fabbrica di cultura perché ha musei, gallerie, fondazioni. Questo è vero. Ma qui c'è anche un'università importante che è un bacino di saperi e qualificazioni. La cosa nuova è che si è stabilito un rapporto tra le istituzioni culturali il cui circuito si è fissato nel secondo dopoguerra, e il mondo universitario, che era abbastanza distaccato da quella realtà.
Per quale ragione?
Anche per motivi banali: perché la città era troppo costosa per gli studenti, che si limitavano ad attraversarla ma rimanevano estranei a ciò che essa poteva offrire. Oggi, i precari della cultura sono gli stessi che studiano allo Iuav, e viceversa, gli studenti sono allo stesso tempo gli utenti dei luoghi della cultura, un pubblico potenzialmente prezioso per le istituzioni culturali della città, e un serbatoio di mano d'opera qualificata. I due mondi s'incontrano, e va aggiunto a questo punto un terzo mondo, che è quello dell'economia, dei processi di valorizzazione.
Cos'è oggi il valore?
Ho visto in questi giorni la metà della Biennale, nei padiglioni nazionali dei Giardini, era tanto che non percepivo - forse dalla Biennale di architettura curata da Fuksas dieci anni fa - una linea politica cosi netta. Una sorta di filo che si aggroviglia attorno all'implosione dello stereotipo del benessere materiale: gli appartamenti pieni di beni ammassati, la superficie liscia del design, l'apparire... Esemplari, se vuoi, mi sembrano il padiglione danese e quello finlandese, in parte anche quello francese. Come se ci fosse i gioco la consapevolezza che la mercificazione è ormai arrivata a un punto che essa stessa non può più sostenere - perché in realtà la vera ricchezza è altrove. Stiamo attenti, con questo non voglio dire - e il pericolo di fraintendimento è grande, lo so - che si tratta di tornare a essere poveri per essere felici, o che il rifiuto del consumo basti ad assicurarci una pseudo-purezza etica e politica: mi stupisce sempre che gli addetti della decrescita non abbiano mai pensato quanto può essere osceno quel tipo di discorso - viviamo senza niente per vivere felici - quando realmente i tre quarti del pianeta sta in miseria. Vallo a dire tu a uno che ha fame che deve consumare meno... Insomma, l'ultimo lusso può essere anche questa deprivazione volontaria, un po' come le diete, con l'inevitabile discorso moralistico che accompagna in generale i «colpi di scena» del mondo degli abbienti...
Ma alla Biennale il tono mi sembra felicemente diverso.Sì, alcuni padiglioni sembrano semplicemente puntare la contraddizione nella quale si trovano: ma come, ci chiedete opere d'arte come se fossero oggetti di design da accumulare, e che finiranno - alla meglio - in musei o fondazioni, o un qualche caveau di banca, proprio nel momento in cui non è tanto un oggetto a contenere o ad incarnare valore bensì quel groviglio di idee, circuiti, cooperazioni, modi di agire e d'immaginare, che invece, il valore, lo producono! Se vuoi, è come se la Biennale si fosse incaricata di aggiungere un capitolo al saggio benjaminiano sull'opera d'arte all'epoca della sua riproducibilità. Oggi, non è la produzione seriale il problema. Piuttosto: cos'è l'opera d'arte quando è la produzione sociale che innerva i processi di valorizzazione? E allora, come lo fa scherzosamente il padiglione danese, si può pure appendere sul padiglione stesso un pannello «affittasi» con tanto di numero di telefono di un finto real estate: il mondo è cambiato.
Quanto la formazione è cambiata o dovrebbe cambiare?È, credo, assai ovvio che buona parte della formazione universitaria sia fatta per mantenere gli studenti in uno statuto di cecità - per esempio martellando loro che la centralità del lavoro «vecchio stampo» - quello fordista, per intenderci - esiste ancora; ma che, paradossalmente, devono accettare elementi nuovi - una disoccupazione ormai massiccia, e, quando il lavoro c'è, una flessibilizzazione e una precarizzazione assolute. Quell'apprendimento precoce del silenzio e della docilità, in cui ci si piega davanti a condizioni di lavoro che massacrano tutta la vita, mi sembra avvenga già all'università. Ti si chiede di laurearti in un settore in cui c'è impiego. Ma contemporaneamente, ti si chiede anche di essere polivalente, e pronto a fare un lavoro per il quale non sei formato. Si vuole dagli studenti qualificazione, ma l'università paradossalmente impone loro una dequalificazione massiccia, e l'accettazione della messa in gioco di tutta la sfera della vita - del tempo libero, degli affetti, della sessualità, della sanità, dell'alimentazione e via dicendo.
Insomma, cultura uguale merce.
Tutto questo passa attraverso la struttura universitaria, i meccanismi di reclutamento e/o di cooptazione, i programmi, l'organizzazione materiale dei luoghi del sapere: tutto è fatto per nascondere a chi produce sapere - la comunità degli studenti, dei ricercatori, dei lavoratori amministrativi e tecnici tutti insieme - quanto vale questo sapere, quanto fa gola al capitale. Li si abitua a pensare che il sapere è come una lattina di coca-cola: basta pagare e ingoiare, anche se fa male! E invece, il sapere, sono loro. Il valore, lo producono loro. Ne sono espropriati. E allora, cosi come anni fa, si diceva che la fabbrica doveva essere degli operai, oggi l'Onda cerca di riappropriarsi di istituzioni che sono sue. A Venezia e altrove, oggi, parlare di università e parlare di fabbrica è la stessa cosa. Forse bisognerebbe allargare ancora la cerchia: università, certo, ma anche pezzi interi di precariato più o meno organizzato, migranti - penso alle badanti, di cui si parla molto in questi giorni - artisti, informatici, designers, insegnanti, casalinghe e casalinghi...
Cosa hanno in comune?
Semplicemente questo: fanno tutti parte di una produzione ormai diventata sociale e immateriale. Creano valore direttamente; o ne sono la condizione di possibilità. Se si fermano, si ferma il paese. Hai mai pensato cosa succederebbe se scioperassero le/i badanti in tutto il paese? Il capitale ha tentato di costruire un modello per gestire e sfruttare la produzione sociale. Si chiama finanziarizzazione - e sappiamo come è andata. La soluzione non è in un ritorno al capitalismo di mamma e papà, quello solido, virtuoso, materiale - quello della linea di montaggio e dei tre 8. La soluzione è di riprenderci tutto quel valore. Come recitava uno slogan dell'Onda quest'inverno - ricordato all'ingresso di Global Beach 2009: Give me back my money!
Il movimento studentesco dell'Onda è stato dirompente. Che pensi succederà ora?Non so qui in Italia. Però mi sembra che la risposta repressiva che esiste, e che cresce sempre di più, sia molto più pesante di quello che immaginiamo. Siamo accecati dalla sceneggiata napoletana di Berlusca and friends, ne ridiamo. A volte, ho l'impressione che dietro a tutto questo, ci sia da temere il peggio. Dietro alle tette e ai culi, c'è un altro tipo di oscenità, molto più pesante. Recentemente ho rivisto a Parigi il Salò di Pasolini. Fa un certo effetto, dopo, guardarsi intorno. Però mi sembra anche che gli spazi siano tanti, e che i movimenti continuino a strapparli, a investirli, a torcerli, a mangiarseli. Non solo: c'è tutto un sapere delle lotte che si accumula, una sedimentazione delle esperienze, un divenire-politico sempre più diffuso, anche in mondi finora piuttosto estranei alle realtà italiane «di movimento». Solo a Venezia, negli ultimi 24 mesi: Rebiennale, che ha coinvolto la gente dei quartieri, i compagni, gli studenti di architettura e dello Iuav, i padiglioni «ufficiali» della Biennale, ma anche collettivi di architetti venuti da tantissimi paesi, sociologi, urbanisti, filosofi; oppure il reinvestimento del Morion, la funzione strategica di Sale-Docks. In ciascuna di queste realtà, l'università è un elemento centrale. L'Onda ha attraversato in modo potente moltissimi fronti di lotta. Forse è là che sorge il problema che dovremo d'ora in poi risolvere, e che per me rimane pesantemente aperto: il pericolo è di non riuscire ad articolare - non dico unificare, sarebbe tremendo: no, piuttosto legare nella loro diversità - esperienze e soggettività politiche diverse.
In Francia la protesta è stata dirompente. È servita a qualcosa?
Abbiamo fatto quasi un intero semestre di sciopero universitario, ma l'incapacità che abbiamo avuto di costruire comune a partire dalle varie componenti del movimento - studentesco, dei ricercatori precari e non, degli agenti amministrativi e tecnici, della sanità e degli ospedali, degli intermittenti, dei migranti con o senza papiers - ha pesato enormemente. Abbiamo perso. Ha perso il corporativismo che ancora esiste nel movimento, e che blocca il riconoscimento della dimensione comune delle lotte: lotte biopolitiche, lotte per una vita socialmente e politicamente qualificata, lotte per riprenderci quello che è nostro, lotte per reinventare istituzioni all'altezza di questo comune, vale a dire una democrazia assoluta.
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dal Manifesto 27.08.2009, Orsola Casagrande - Venezia
QUINDICI GIORNI «DIVERSI»
Leggi l'articolo sul manifesto
Prove tecniche di Global Beach. Da ieri mattina il mare di San Nicolò è
«abitato» non soltanto dai bagnanti veneziani. Armati di rastrelli e
sacchi neri i militanti di centri sociali e associazioni stanno ripulendo
e recuperando la spiaggia in vista della kermesse alternativa al via dal
primo settembre
Cantiere Global Beach in funzione. Da ieri mattina la spiaggia di San
Nicolò, al Lido, è «abitata» non soltanto dai bagnanti veneziani che non
hanno nè capanne nè capannini ma che vogliono comunque godersi il mare.
Armati di rastrelli e sacchi delle immondizie i militanti di centri
sociali e associazioni veneziane stanno ripulendo e recuperando la
spiaggia in vista di Global Beach, la kermesse alternativa che dal primo
settembre accompagnerà - a distanza, ma con molti intrecci - la mostra del
cinema di Venezia.
La spiaggia occupata è di proprietà del demanio militare, abbandonata al
degrado da quindici anni, che dal 2004 viene temporaneamente occupata nel
periodo della Mostra. Global Beach non significa, solamente, la
possibilità di poter campeggiare a prezzi economici in un Lido
inaccessibile ai più, lo spazio dove respirare un clima diverso rispetto
alla patinata superficie della kermesse ufficiale o dove partecipare ad
iniziative culturali indipendenti e di qualità. Nel tempo della crisi e
dell'attacco governativo a cultura, spettacolo, ricerca e formazione, la
nostra ambizione è che Global Beach possa trasformarsi in un'occasione
unica di incontro, confronto e mobilitazione di esperienze tra loro
differenti, ma, allo stesso tempo, capaci di connettersi in una logica di
potenza e innovazione. Read More...
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L'AUTORECUPERO DELLA SPIAGGIA
La spiaggia non è un ambiente naturale, non lo è più. Non esiste perché è
semplicemente là come la riva del mare che la bagna, non spunta da una
costa ma è l'addizione di materie e di elementi, la moltiplicazione di
energie ma anche la sottrazione di territorio e la divisione,
parcellizzazione del profitto. Fare un progetto e realizzare Globalbeach
significa prima di tutto essere capaci di leggere la geografia
socio-economica della città e osservare quello che esiste là dove si vuole
intervenire. Globalbeach è un lavoro. Di questo non se ne parla, come
fosse semplice svegliarsi la mattina e fare un cantiere in spiaggia,
piazzare delle strutture, fare pulito e preservarne l'equilibrio
ambientale. Fare Globalbeach non è un'idea alternativa o una forma di
occupazione effimera staccata dalla realtà cittadina, è una realtà
cittadina. Una delle questioni che vuole sollevare l'occupazione di
Globalbeach è anche quella della lottizzazione che privatizza la spiaggia
e ne determina l'accesso e l'uso esclusivo con evidente esproprio di un
bene comune e sottomissione alla governance territoriale privata. Pensare
Globabeach diventa quindi pensare ad un'appartenenza alla città e la
spiaggia deve essere socialmente riconosciuta e valorizzata. La spiaggia
non è solo un bene comune, è un bene necessario, le sue infrastrutture
sono un bene condiviso che condiziona e trasforma lo spazio definito
pubblico, la spiaggia come l'ambiente in generale è un modello sociale ed
economico, Globalbeach intende esprimere un modello che parla di
riappropriazione di welfare. Mettendo insieme, assemblando degli elementi
semplici e basilari per un approccio diretto al rapporto tra sostenibilità
ambientale ed energetica, costruzione- fabbricazione-produzione di
reddito. Occupare e occuparsi della spiaggia è segno di quanto cittadini
e visitatori o turisti, sono sensibili alla riqualificazione dal basso del
territorio e dei quartieri. Guardare la città dall'alto immaginando una
soluzione alla devastazione della laguna ed al degrado architettonico del
centro storico è uno spettacolo di cui non chiediamo repliche. Hanno
sperato che ci abituassimo alle fotografie aeree della grande opera che
cresce e avanza nella laguna, il Mose, immaginandola come il corpo di
un'ingegnoso e inevitabile dispositivo di difesa dal mare come se il mare
e la laguna non fossero parte della città. Il Mose è e resterà un corpo
estraneo alla vita di Venezia perché proteggere la città esige una
consapevolezza e un impegno politico sul piano energetico, economico e
ambientale.
Rebiennale
"Dal riciclaggio alla riqualificazione urbana, il progetto Rebiennale
assume forme diverse. Dal 2008, il lavoro che ci impegna con i veneziani
investe gli spazi e i materiali 'di scarto' con lo scopo di rerstituirli
alla città e ai suoi abitanti.
La presenza del turismo, in particolare durante gli eventi culturali o
mostre internazionali potenzialmente rigenera i luoghi, spostare persone e
materiali per dare vita ad uno spazio di vita possibile, per svelarne le
potenzialità e contribuire ad una storia... quella di Globalbeach è uno
dei capitoli del progetto, noi ci saremo per occuparla e abitarla, per
costruirla e raccontarla.
La Mostra del Cinema segna la fine dell'estate e intendiamo partecipare
approfittado degli ultimi raggi di sole sulle dune della spiaggia! "
Collettivo EXYZT - Global beach, settembre 2009
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