«Hic sunt leones»: qui l'impero non comanda più
Nel cuore di Castello, della Venezia non ancora totalmente devastata dalle speculazioni del turismo di distruzione di massa, spendaccione, idiota. Nel cuore di una città che in nome di questo business ha espulso i suoi abitanti, i suoi saperi, le sue intelligenze, per far largo a vetrine sfarzesche e passerelle di vip. Una città che non riesce ad accogliere i suoi nuovi cittadini che ogni giorno affollano le sue calli: migliaia di studenti, migranti, precari che producono, consumano, pensano, in questa città, ma che non riescono a permettersi un costo della vita che a Venezia ha raggiunto e superato quello di Parigi. Un esercito di invisibili che troppo spesso vorrebbe essere relegato al ruolo di comparsa per uno a caso dei tanti set che spuntano tra calli e campi
Un laboratorio in movimento
Un laboratorio culturale di musica indipendente, di dibattiti e presentazioni di libri con un esperimento unico in città: una libreria ragionata contro la logica da supermarket che ha conquistato tutte le librerie del centro che non sono diventate rivendite di kebab o di murrine.
Un Laboratorio di cinema con rassegne di film anteprime pirata, per la liberazione delle idee dalla schiavitù del copyright. Un Laboratorio di comunicazione con studi radiofonici in rete con sherwood e una tv di quartiere. Un Laboratorio artistico che con l'occupazione del Mars Pavillon ha radunato decine di artisti europei. Un Laboratorio, quindi, e come tale mantiene sempre il suo carattere mobile, aperto, in movimento, sempre in sperimentazione, capace di spiazzare di continuo i dinosauri della cultura cittadina «ufficiale».
Un Laboratorio di movimento Di conflitto. Per la dignità e la giustizia.
Le nostre lotte partono dalle montagne del sud est messicano dove il primo gennaio del 1994 piccoli fratelli indigeni ci hanno insegnato a farsi vedere calandosi un passamontagna, dove ci hanno insegnato come il modo migliore per aiutarli non sia mandargli scarpe vecchie, ma attaccando il neoliberismo a casa nostra, e la nostra selva è questa, è la metropoli. La nostra selva è fatta di spettacolo e laguna, di precariato e guerra.
E di questo parlano le nostre lotte. Reddito, casa, diritti, resistenza sono la molla che ci spinge in strada tutti i giorni ad occupare una casa o una spiaggia, a smontare un cpt o una base militare. Sono la molla che ci ha protato ad assediare otto criminali a Genova, a sfidare le pallottole israeliane in Palestina e le forze speciali francesi nelle banlieau parigine. Le nostre lotte parlano di umanità.
Sulla nostra porta c'è una scritta «Hic Sunt Leones», come nella cartografia romana: qui ci sono i leoni. Ovvero: da qui in poi l'impero non comanda più.
(laboratorio occupato Morion)
dal Manifesto del 17.01.2009, a cura di Orsola Casagrande
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testo introduttivo per la conferenza Terra Nuova a Casalincontrada (Ch) - a cura di Andrea Facchi per geologiKa collettiva 2008
Cari costruttori, nelle nostre mani c'è la terra
La Terra non è neutrale.
Abitarla coscientemente comporta scelte e modalità comportamentali radicalmente altre rispetto all'energivora cultura materiale dell'industrialesimo in cui siamo immersi da secoli.
Pasolini già sottolineava la differenza tra l'Idea di Progresso e questa forma ideologica di sviluppo, il cui costo insostenibile ci troviamo a considerare sempre più urgentemente.
Anche le forme e le qualità del lavoro umano, lungi dallo svilupparsi, come vagheggiato, nel senso di una compiuta emancipazione umana, sempre di più si prospettano come nuove subdole schiavitù.
E' per questo che in un pensiero ecologico che ci includa tra le varie nature la certificazione etica sul lavoro diventa discrimine importante. Ma l'edilizia in Italia è sempre più terreno aperto per abusi di ogni tipo che ben conosciamo: quindi non elencherò.
Ma da qui la riflessione che come progettisti e costruttori responsabili resta solo a noi ormai il testimone dell'utopia (a-topia: ancora non ha luogo) il sogno e la previsione di possibili pezzi di altri mondi possibili.
La politica quindi, meglio le politiche.
Lanciamo un appello alla propagazione:
la qualità dei nostri progetti di terra non dipende da know-how segreti ma dalla sensatezza e gioiosità dell'idea creativa che li sottende: divulghiamo il più possibile tecniche tecnologie e
bellezze della terra: che diventi prassi banale tra le malte scegliere quelle di argilla rispetto ad altre meno efficaci e con
mostruosi impatti ambientali: istruiamo, dalle nostre decennali esperienze e ricerche, muratori, progettisti, autocostruttori,
abitanti: basiamo i nostri cantieri sulla sinergia più che sulla gerarchia: smettiamo di trasformare col trasporto (quasi sempre su gomma) una costruzione sana in un veleno sociale.
La Terra non è un prodotto: è l'unica prospettiva.
dal Manifesto del 17.01.2009, a cura di Orsola Casagrande
Festa della Terra 2008 - Casalincontrada (Ch)
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«La nostra architettura tra gioco e progetto»...
Il collettivo exyzt è il collettivo di architetti che ha progettato e realizzato il padiglione Francia all'ultima Biennale di architettura. Exyzt è una piattaforma di creazione multidisciplinare. Creata nel 2003 su iniziativa di cinque architetti, è nata con un progetto autocostruito all'interno di un lotto abbandonato del Parc de la Villette a Parigi.
Questo il loro mission statement:
«Inventiamo dei mondi dove le realtà si mescolano, giochiamo a fabbricare nuove regole di democrazia, stimoliamo la creatività per rinnovare le pratiche sociali. Se lo spazio viene creato a partire da dinamiche di scambio da sinergie, ciascuno di noi diventa architetto del mondo.
L'architettura deve espandersi e diventare trans-disciplinare per permetterci di esplorare e sperimentare. Una delle nostre ricette: lasciar marinare insieme costruzione, video, musica, grafica, fotografia, gastronomia, senza dimenticare un'aggiunta di interazione, di informale e di imprevisto per fabbricare architetture complesse. I nostri progetti possono assumere svariate forme: dalla "costruzione multifunzionale" ai "gioco video spazializzato" passando per la "fattoria urbana", dall'ambiente ibrido alla festa, costante matrice di incontro e scambio.
Anche se rifiutiamo di integrare la pratica ufficiale dell'architettura normalizzata e consensuale, vincolata dalle regole politico-economiche, ci confrontiamo con la realtà del mondo della costruzione, progettiamo e costruiamo per poi vivere e adeguare gli oggetti prodotti lasciando gli abitanti, o invitati, liberi di farli propri e trasformarli.
Il risultato di quello che produciamo è un'architettura "open-source" che offre libero accesso a sistemi di vita strutturati da interfacce condivise. In costante movimento, i nostri progetti invitano ad agire e reagire, e a reinventare l'Arte di vivere».
dal Manifesto del 17.01.2009, a cura di Orsola Casagrande
(*)sull'onda "rebiennale" il collettivo partecipa alla biennale di Saint Etienne 2008 con un'esposizione che verrà interamente riutilizzata a fini sociali a termine della mostra
vedi le immagini di Saint Etienne
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a cura di Orsola Casagrande - Fonte: Territori, Il Manifesto 03.12.08
Venezia. Metti l’argilla di Frank Gehry, e metti pure il prato verde del padiglione sud africano. Aggiungi le gomme del padiglione olandese, la struttura in legno di Stalker. In una parola, Re-Biennale, ovvero come recuperare i materiali della Biennale architettura per dare loro nuova vita in contesti anche totalmente diversi. “Commons Beyond Buildings” è la piattaforma creata da una rete di associazioni per condividere metodi, processi e competenze legate all’autocostruzione,”per descrivere ciò che il progetto d’architettura non è in grado di raccontare e che il potere stenta a capire: l’insorgere dal basso dell’abitare come pratica del fare comune”.
La piattaforma è nata in occasione della 11. Mostra Internazionale di Architettura a Venezia grazie alla sinergia tra i curatori ed architetti partecipanti alle mostre Experimental Architecture (Padiglione Italia, Giardini) e L’Italia cerca casa (Padiglione Italiano, Arsenale) e varie realtà associative impegnate nella sperimentazione dell’autorecupero e dell’autocostruzione come soluzioni innovative all’emergenza casa.
A Venezia questa sperimentazione è realizzata da Asc, Agenzia Sociale per la casa che, con l’autoproduzione, a cui ciascuno ha contribuito con le proprie competenze, materiali e ‘immateriali’, ha permesso in un primo tempo di recuperare unità abitative nei quartieri di edilizia sociale e successivamente di optare per una ‘riconversione’ culturale e produttiva di aree abbandonate, dai giardini e gli orti agli edifici, dai campi o cortili alla spiaggia-presidio a ridosso dei cantieri del MoSe.
Questo ha permesso di utilizzare meglio le risorse della città ed ha creato i presupposti per un progetto ergonomico che prospetta soluzioni nel rispetto dell’eco-sistema sociale e dell’habitat territoriale sfruttando il social networks già disponibile.
Esiste quindi una prima mappatura di luoghi che ambirebbero ad una dimensione comune, luoghi disponibili ad un percorso progettuale e di cantiere-scuola condivisi. L’obiettivo è quello di invertire la tendenza del progetto di architettura e, partendo dai materiali di recupero, attraverso un meccanismo virtuoso in cui entrano in gioco cittadini, studenti, istituzioni (Iuav e Biennale), gruppi di artisti ed architetti internazionali, con-correre al processo di rigenerazione di uno o più spazi urbani individuati.
In queste settimane alcuni studenti dello Iuav hanno potuto sperimentare sul campo, grazie agli architetti e agli attivisti che hanno dato vita al workshop Re-Biennale, che cosa significhi ‘mappare’ i materiali, pensare il loro smontaggio e soprattutto il loro riutilizzo. Suggestive le azioni proposte dallo studio olandese 2012Architecten che promuove una nuova prassi in architettura.
“Il progetto – come ha spiegato Marco Zaccara – non è considerato l’inizio di un processo lineare che si conclude con la consegna dell’edificio, bensì soltanto una fase di un ciclo continuo di creazione e ricreazione, e di uso e riuso dei materiali”. Un processo influenzato dall’intento di ridurre al minimo l’impatto ambientale delle costruzioni, ma anche dallo stimolo creativo ispirato dai materiali recupero stessi. “Superuse – ha spiegato Zaccara – costituisce una parte importante di questa strategia progettuale. Le caratteristiche intrinseche dei prodotti e dei materiali di riuso, offrono un potenziale valore aggiunto alla composizione di nuovi prodotti o di nuovi edifici”.
Nel mettere a frutto questa strategia 2012Architecten sviluppa vari strumenti in un ambiente open source: ogni progetto ha una “Harvest- map”, una mappatura nella quale vengono annotate le collocazioni dei materiali nelle immediate vicinanze. Ogni materiale viene schedato e viene organizzato in un database che misura l’impatto ambientale dell’utilizzo di materiali e dei vari componenti. 2012 ha realizzato diversi progetti in Olanda.
Tra questi un parco giochi a Rotterdam riutilizzando le pale dei mulini a vento. “E’ stata una bella avventura - ha detto Zaccara – progettare e pensare passo dopo passo questo parco, assieme al quartiere che ne avrebbe poi usufruito”.
I materiali che in questi giorno sono stati ‘mappati’ alla Biennale verranno trasportati (acqua alta permettendo, lunedì la marea ha raggiunto il metro e sessanta!) al centro sociale Morion nel quartiere di Castello e qui gli studenti del workshop apriranno un vero e proprio cantiere di lavoro.
Partecipando a uno dei seminari organizzati all’interno del workshop, la filosofa Judith Revel ha riportato la discussione su una delle questioni più dibattute in questo momento, il concetto di comune. Inteso non come pubblico o istituzione ma come bene comune. “Il tema della casa – ha detto Revel – è stato reso più acuto ancora dalla crisi recente da cui non si può esulare. Cosa significa parlare di Biennale o passare sul ponte di Calatrava quando un sondaggio recente in Francia dice che il 62% della popolazione attiva con regolare contratto di lavoro ha come prima paura quella di finire senza casa. O quando negli ultimi due giorni ci sono 3 morti di freddo nel raggio di duecento metri quadri. Il 29% dei senza fissa dimora parigini ha un regolare contratto di lavoro”. Anche sul concetto di casa è necessaria una riflessione.
A partire, per esempio, dalla casa autorecuperata nel quartiere di Castello. Una casa non solo esteticamente bellissima, ma un modello di come è possibile recuperare e utilizzare materiali naturali e riciclati. E farlo coinvolgendo anche il territorio. “Quindi pensare la casa – ha detto ancora Revel – come qualcosa di più ampio, rapporto con il vicinato, con il territorio, con i flussi, e quindi ridefinire anche il rapporto con il locale”. Revel ha sottolineato come “la zona universitaria è zona di flusso permanente in cui paradossalmente nessuno si ferma.
Uno studente non si ferma, calcola al minuto i suoi tempi di permanenza in città. Un attraversamento dello spazio che significa porre subito il problema dei blocchi nello spazio, dove la fluidità dello spazio viene fermata, dove viene imposta una fluidità per impedire alla gente di fermarsi”.
Da questo ragionamento discende naturalmente il problema delle definizioni, o meglio ridefinizioni. Di spazio privato e spazio pubblico, per cominciare. E anche qui Revel è stata puntuale. “Privato – ha detto – è ciò che appartiene a uno, dove proprietà significa anche una espropriazione di tutti gli altri. Il pubblico è allora ciò che è di tutti perché non è di nessuno, è dello stato. Quella cosa lì, che ha funzionato storicamente, a me oggi pone problema. Perché – ha aggiunto – non si tratta di strappare al privato qualcosa per dire non è di nessuno, quindi è di tutti. Quel non è di nessuno come condizione di apertura al tutti mi crea un problema. I non luoghi sono proprio questo, non sono di nessuno. La mano dello stato è una vera e propria privatizzazione, ti dico se puoi entrare o meno”. E ancora privato e pubblico da ridefinire rispetto al tempo. Ormai la produzione non è più il tempo di lavoro. “Chi si ferma quando il tempo di lavoro è finito? – si è chiesta Revel – Ormai invade tutta la vita. E in fondo è anche il bello di questo. In questo workshop stiamo producendo, e non è né privato né pubblico, è comune. Bisogna riarticolare allora in modo inedito le coppie storiche, invisibile-visibile, dentro-fuori.
In una città come Venezia dove l’acqua e la terra giocano a nascondino. E’ necessaria una inchiesta, una mappatura di materiali e di soggettività e soggettività in movimento”.
Re-Biennale riparte dal trasporto dei materiali recuperati: questa settimana verranno trasportati al Morion dove aprirà il cantiere. Un cantiere in cui quegli stessi materiali riprenderanno vita.
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Dai centri sociali Rivolta e Morion la battaglia per l’accesso alle abitazioni dell’Ater. E nasce una COOP d’acquisto.
da "il Manifesto" del 3 dicembre 2008"
ASC, Agenzia Sociale per la Casa, è una realtà di movimento che nasce a Venezia nel 1998, dando vita ad una campagna di occupazioni di case Ater sfitte da anni. Già nella scelta del nome, “agenzia”, si può cogliere la grande spinta degli attivisti a superare già da allora il vecchio percorso, ormai in declino, dei comitati per il diritto alla casa, proponendo invece un approccio totalmente diverso.
ASC, già con la prima di una lunga serie di occupazioni, oltre cento, chiariva che “la lotta e la pratica dell’occupazione di alloggi, ha come obiettivo quello di dare voce ad una nuova composizione sociale, giovani precari, intermittenti del lavoro, che rivendicano la casa come parte di quel reddito di cittadinanza che non gli è né corrisposto né riconosciuto, nonostante il loro essere pienamente dentro le nuove forme di produzione e organizzazione del lavoro.”.
Al centro delle attività dell’Agenzia, che ha come riferimento i centri sociali Rivolta di PortoMarghera e Morion della città lagunare, vi è anche la critica al concetto stesso di “pubblico”, inteso come bene che appartiene allo Stato ed è concesso al cittadino. ASC rivendica da sempre il passaggio delle case pubbliche del territorio, gestite da Ater che è una agenzia della Regione, al totale controllo e gestione da parte del comune.
Il “pubblico – dicono gli attivisti – in realtà spesso è una sottrazione da parte dello Stato all’uso e al recupero, in chiave solidale e comune, di beni che potrebbero migliorare la qualità della vita di molti, e quindi dell’intera città”. Ci sono due forme di privatizzazione secondo gli occupanti, una è quella del mercato e una quella dello Stato: ambedue rispondono a criteri che nulla hanno a che vedere con i diritti sociali.
In dieci anni di attività ASC ha dovuto subire anche un lungo processo per associazione a delinquere, istruito dalla Procura per tentare di criminalizzare questo percorso. Ma il mancato rinvio a giudizio deciso dal tribunale ha prosciolto i cinquanta indagati da ogni accusa.
L’ultima battaglia in ordine di tempo è quella relativa all’accesso al credito. “Ci ripetono sempre che ormai l’80% dei cittadini è proprietario di casa – dicono dall’ASC – ma in realtà lo sono le banche presso le quali la gente chiede il mutuo per potersela pagare. E questo è il nuovo, drammatico problema di chi non ha nemmeno le buste paga, o ha un modello unico troppo magro a causa della precarietà”.
Le case pubbliche vengono messe all’asta periodicamente dall’Ater, ed è proprio a partire da questo, e dal problema dell’accesso al credito, che ASC ha conquistato una delibera della giunta veneziana assolutamente innovativa: tutti i cittadini residenti potranno stipulare un mutuo per l’acquisto della prima casa dal patrimonio pubblico messo in vendita, avendo il comune come garante.
Il mutuo, al tasso del 3.5%, sarà interamente garantito, comprese le spese di ristrutturazione, per vent’anni. L’amministrazione di Cacciari ha investito 25 milioni di euro in questa operazione, che risponde proprio a uno dei grandi problemi di questa epoca. Gli occupanti dell’ASC in terraferma hanno costituito una cooperativa d’acquisto, mentre per Venezia centro storico, dove le case non le vendono, stanno approntando un progetti di autorecupero.
Attualmente le occupazioni dell’ASC coinvolgono circa cinquanta nuclei famigliari.
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