Riprendiamoci la cultura - APPARECCHIO PER APRIRE DAL DISOTTO 


Apparecchio per aprire dal disotto
Buongiorno a tutte e tutti! M^C^O, insieme a S.a.l.e. Dock di Venezia e Ex Asilo di Napoli, ha partecipato al bando per la cultura "Che fare2", con il progetto APPARECCHIO PER APRIRE DAL DISOTTO, che è stato selezionato insieme ad altri 40 progetti per la fase finale della votazione, quella del pubblico.

Se pensate che sia arrivato il momento di ripensare il lavoro e i suoi tempi e di decidere con chi lavorare e non per chi lavorare... sostenete #apparecchioper, votando e facendo votare più persone possibili!

VOTA QUI (CI VUOLE SOLO UN MINUTO!)

#apparecchioper ha l'obiettivo di mettere a disposizione di tutte/i, i mezzi per la produzione culturale presenti in queste realtà (sale cinema, spazi prove, sale registrazione, spazi coworking, fablab, attrezzature, competenze,...) e in tutte quelle che aderiranno al progetto, attraverso una piattaforma online aperta a tutte/i. Una piattaforma per parlare con altre persone dei vostri progetti, far circolare competenze, mettere in comune mezzi di produzione, scambiarsi il lavoro, realizzare le vostre idee, amplificando le possibilità di produzione e distribuzione nell'ambito dell'arte, della cultura e della ricerca.

Per sostenere e promuovere il progetto usa su twitter e Facebook: #apparecchioper #chefare
Qui trovate un racconto dettagliato del progetto e un kit per sostenerci nella campagna social :il progetto
Per informazioni: info@apparecchioper.it


Partners
Community: Teatro Valle Occupato, Teatro Coppola dei Cittadini, Nuovo Cinema Palazzo, Teatro Rossi Aperto, Teatro Pinelli, Lavoroculturale.org, Globalist.it, Globalproject, InsuTv, Bitcoin magazine, lavoratori e lavoratrici culturali, cittadini e cittadine che attraversano gli spazi e la piattaforma
Formazione: Eipcp.net, Centro Studi Etnografia digitale, Università degli Studi di Milano, Design Academy Eindhoven, Istituto Italiano per Studi Filosofici, Millepiani, Il quinto stato
Tecnologie: Wefab, Alekos, Rebiennale, Unsystem.net.


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Workshop di autocostruzione dello spazio archivio – biblioteca, a Macao 
Bibliomacao

La poesia dipende dalla libertà intellettuale, Virginia Woolf

Costruiamo insieme la Biblioteca a Macao. A poco più di un anno dall’esperienza di autoprogettazione del Caffè letterario con il collettivo Exyzt, MACAO amplifica il libero accesso ai saperi, già messo in atto con il Bookcrossing e con la sala cinematografica Cinemacello. E lo fa anche per la biblioteca-archivio in modo indipendente, con l’autoproduzione degli arredi. Dispositivi semplici, reversibili e mobili ottenuti ricomponendo materiali di riciclo e progettando in progress alla costruzione con un workshop aperto, guidato questa volta dal collettivo veneziano Re-Biennale. Il workshop è un’esperienza di autoproduzione partecipata, dove poter realizzare liberamente ciò di cui si ha bisogno per conoscere attraverso la lettura. Re-Biennale è un progetto messo in atto nel 2008 da un gruppo di attivisti del laboratorio Morion e dell’Asc (Agenzia Sociale per la Casa), che fanno del riciclo di materiali di scarto una pratica di rigenerazione urbana a cui partecipano collettivi e progettisti italiani e non, come alternativa concreta allo spreco delle risorse impiegate per le Biennali di Venezia. A MACAO la biblioteca è uno strumento per aprire dal basso l’uso dei testi e la ricerca negli archivi. È un luogo per dibattere, mostrare, ascoltare, disegnare e fare libri.

Il 14-15-16 a MACAO, progettisti e lettori di tutto il mondo unitevi!



Organizzazione:
Venerdì 14
h 16 selezione progetto di autocostruzione e selezione materiali di riciclo
h 20 buffet con Rebiennale – racconto di come nasce questo progetto e come si è modificato negli anni

Sabato 15 e Domenica 16 dalle h 11
autoproduzione partecipata della biblioteca
Workshop di autocostruzione dello spazio archivio – biblioteca, a Macao, con Rebiennale.
L’ingresso è libero

La costruzione partecipata della biblioteca – archivio di Macao si inserisce nel progetto “Apparecchio per aprire dal di sotto”, che M^C^O, Sale Docks di Venezia ed EX Asilo di Napoli hanno presentato al bando “#Chefare2” per la cultura.
Per sostenere le pratiche di condivisione dei mezzi di produzione in ambito artistico e culturale e le sperimentazioni di nuove forme di lavoro fondate sulla collaborazione, la socialità e l’autodeterminazione, dai un voto al progetto qui:
http://bit.ly/apparecchioperVOTA

Qui il progetto: http://www.macao.mi.it/articoli/2014/02 ... -progetto/

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Opening Gau:di - Common B@ttles Ground al Morion 


Ci siamo!
È lo step finale del progetto di auto-costruzione di Gau:di (il concorso internazionale di architettura organizzato dalla Cité de l’architecture & du patrimoine con il patrocinio del ministero della cultura e comunicazione francese e la facoltà di architettura dell'università di Liegi) ospitato dal Laboratrio Occupato Morion - Casa dei Beni Comuni.
http://studentcompetition.citechaillot.fr/

Il progetto vincente è “Devebere” e in questi giorni in Riva dei Setti Martiri i giovani architetti provenienti da tutta Europa stanno costruendo una struttura composta da 60 metri cubi di bottiglie di plastica: un Market Hall, uno spazio coperto, per l'interazione sociale.

http://www.devebere.com/

Un'altra struttura verrà costruita il 28 agosto, dalle 19.00 in poi al Lab. Morion. Le bottiglie che serviranno il 28 sono quelle provenienti dalla raccolta effettuata durante la neonata edizione del Venice Sherwood Festival che si è svolto a Parco San Giuliano (Mestre) quest'anno per la prima volta.

Vi invitiamo a partecipare numerosi, passare questi giorni in Riva Sette Martiri e al Laoratorio Morion per vedere parlare e conoscere i progetti e i ragazzi del progetto.

E vi aspettiamo MARTEDI' 28 AGOSTO ALLE ORE 17.00 in Riva dei Sette Martiri per l'inaugurazione della struttura "DEVEBERE" per poi spostarci tutti insieme al Lab. Morion per l'opening della mostra complessiva delle opere che hanno partecipato al concorso!!



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Pratiche dei luoghi comuni 
Gli spazi sociali veneziani hanno organizzato performance e seminari critici verso quelli ufficiali della kermesse sulla laguna
di Marco Baravalle



Nei prossimi giorni Venezia sarà teatro di alcuni «grandi eventi culturali» per eccellenza: dall'inaugurazione della Biennale d'Architettura alla Mostra internazionale del Cinema. Nel tempo della crisi e dell'austerity, essi diventano la vetrina della ricchezza accumulata e goduta da pochi, il palcoscenico del profitto capitalistico che si è fatto rendita parassitaria sulla cooperazione sociale: dal business dell'entertainment e della produzione d'immaginario per il suo consumo, fino al saccheggio del territorio attraverso la speculazione immobiliare, rispetto alla quale l'architettura contemporanea gioca lo stesso ruolo, nell'organizzazione della metropoli neoliberista come mostruoso dispositivo di cattura del valore e del controllo sociale, svolto dall'embellissement stratégique (ma spesso di potrebbe benissimo parlare di abrutissement tactique) del barone Haussmann nella Parigi della seconda metà del XIX secolo. È questa la vetrina che gli spazi sociali occupati di Venezia vogliono incrinare.
Dal «Ground» al «Battle Ground», dunque. Dal campo fintamente neutro al reale campo di battaglia; solo una parola in più aggiunta al titolo ufficiale della Biennale di Architettura 2012, un titolo che furbescamente occhieggia alla discussione così di moda sul «comune» e i «beni comuni». Apparentemente una piccola modifica, in verità una fondamentale distinzione. «Occupy Biennale. Common battle ground» è infatti il logo scelto dagli spazi sociali veneziani per «attraversare» le giornate dell'inaugurazione dei «grandi eventi veneziani». Due centri sociali, il Laboratorio Morion, il Rivolta e uno spazio culturale indipendente, S.a.L.E.-Docks, organizzano workshop, seminari, parate e annunciano «azioni a sorpresa». Il titolo è un evidente détournement di quello voluto dall'archistar David Chipperfield per la kermesse di architettura: «Common Ground».
Gli organizzatori di queste iniziative ritengono infatti non esistano commons fuori dai conflitti sociali per la loro messa in comune. Non esistono beni comuni, e tanto meno un comune, definito a priori in termini giuridici o presupposto come asettica e naturale dimensione condivisa. Esiste il terreno di una permanente contesa, il campo dei conflitti sociali per strappare la produzione e la decisione su ciò che è comune allo sfruttamento e al comando del capitale. Vale per l'acqua, l'ambiente e per la conoscenza, ma anche per lo spazio e per la metropoli. I protagonisti di questa messa in comune possono essere chiamati con molti nomi: comunità in lotta, general intellect, movimenti. Quale che sia il loro nome, essi resistono alla messa a profitto dei beni materiali e immateriali e costituiscono forme di vita e modalità di gestione alternative. Dalle città alle valli di montagna si scontrano con i processi di gentrificazione, la speculazione immobiliare, grandi opere inutili e devastanti, la finanziarizzazione dello spazio urbano, la valorizzazione parassitaria delle esternalità sociali e così via. Costruiscono, nella tensione quotidiana alla pratica del comune, la necessaria possibilità di una radicale alternativa di sistema.
Ora i «beni comuni», dopo essere stati adottati quale slogan da politicanti di ogni colore, dalla pubblicità e dalla Chiesa, vengono finalmente sdoganati anche in architettura. Eppure non possiamo dimenticare che questa disciplina, negli ultimi tre lustri, è stata caratterizzata da un progressivo irretimento del general intellect all'interno di forme di produzione dominate da poche firme di architetti superstar, sempre meno l'architettura si è fatta carico di una reinvenzione pubblica della città e sempre più ha assunto il compito di progettare uno spazio metropolitano dominato dalla presenza dei grandi brand e dei fondi d'investimento come committenti principali. In questo processo, tra l'altro, l'architetto è spesso «complice culturale» di enormi operazioni di speculazione immobiliare che ben poco hanno a che vedere con la città quale bene comune. All'opposto l'ultimo anno ha segnato l'emersione della rete dei teatri occupati e di quegli spazi, come il Valle e il Cinema Palazzo di Roma, il S.a.L.E di Venezia e Macao di Milano., che sono nati attorno alla questione culturale.
Questi luoghi hanno evidenziato l'urgenza di un nuovo paradigma di progettazione e di gestione comune dello spazio, dimostrando che è possibile realizzare un common ground solo attraverso la sua conquista, attraverso una battaglia quotidiana contro il parassitismo del capitale che, con la privatizzazione della città, trasforma la rendita immobiliare in una delle sue principali fonti di profitto e contro la governance pubblica, quando essa lavori per favorire tale logica di rapina. Questo processo è dunque un processo di movimento, che parte dai lavoratori della cultura, ma che è in dialogo con tutti gli altri movimenti sui beni comuni e con le lotte sociali in atto.
Le giornate del 27, 28 e 29 agosto saranno quindi caratterizzate da questa tensione, dalla necessità di sottolineare quanto la cultura, in tempo di crisi, non possa limitarsi alla produzione di grandi eventi che ostentano una ricchezza sempre più concentrata nelle mani di pochi. Saranno giornate di riflessione e di lotta in cui verrà nuovamente messo al centro il tema del reddito e del diritto ad una gestione comune dello spazio metropolitano.


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Laboratorio Morion meets Gaudì. 


Tornano i laboratori sociali di autocostruzione di Rebiennale

La settimana dal 30 aprile al 5 maggio il laboratorio Morion ospiterà "Gau:di" ,il concorso internazionale di architettura organizzato dalla Cité de l’architecture & du patrimoine con il patrocinio del ministero della cultura e comunicazione francese e la facoltà di architettura dell'università di Liegi.

Gau:di nasce alcuni anni fa con lo scopo di mettere in rete studenti e professionisti sensibili all'architettura sostenibile ed ai processi partecipativi che la sottendono.

La ridensificazione della città parte prima di tutto dalla rigenerazione degli spazi vuoti ed abbandonati; la promozione dell'architettura ecologica, la ricerca della qualità spaziale, l'autosufficienza energetica diventano pratiche rivoluzionarie qualora superino l'angusta cornice del funzionalismo e propongano soluzioni sociali razionali e flessibili la cui modernità è basata sull'integrazione e sul rispetto dell'umanità.

Il tema della terza edizione di gau:di è il Market Hall, ovvero il mercato coperto: uno spazio per l'interazione sociale. Scrive la curatrice del concorso, arch. Jana Revedin:

"la perdita di spazi aperti per la comunicazione, l'interazione e l'integrazione come le Market Hall, portano ad un terrificante impoverimento delle aree urbane europee. Io sogno di costruire il mercato vincitore di gau:di3 come un prototipo 1:1 realizzato con i materiali di riciclo della Biennale d'Arte 2011, in un campo veneziano vicino ai giardini della Biennale il prossimo settembre 2012. Venezia ha un'emergenza molto attuale, come molti altri mercati tradizionali dei quartieri della città, lo storico mercato del pesce di Rialto rischia di essere chiuso..."

Con queste premesse il laboratorio Morion‐casa dei beni comuni non poteva che configurarsi il miglior partner possibile per le autocostruzioni di gau:di. Tra le tante battaglie dei morionauti legate ai diritti, all'ambiente ed alla difesa dei beni comuni, oltre all'oramai consolidato progetto Rebiennale che ricicla materali provenienti dalla Biennale, ricordiamo il progetto Rebegolo che ha riportato nel 2011 in un campo vicino a San Francesco della Vigna (Campo de le gàte) un mercatino biologico dei produttori locali. Il Rebegolo tornerà in campo a workshop concluso i prossimi 25 e 26 maggio.

Vi aspettiamo quindi numerosi, tutti i giorni da lunedì 30 a venerdì 4, i lavori comuni iniziano alle 9,30 e finiscono alle 19,00 con un rendezvous tra tutti i partecipanti ed i gruppi di lavoro.

Dalle 19,00 in poi, tutti i giorni, sarà in funzione anche la pizzeria "casereccia" del Morion, insieme a drinks e soft music. La partecipazione ai laboratori e l'ingresso saranno gratuiti.

Per tutta la settimana sarà attiva la raccolta differenziata al Morion: portateci le vostre bottiglie di plastica munite di tappo, in breve si trasformeranno in un mercato!!

Maggiori info su:
http://studentcompetition.citechaillot.fr

Chiamaci per informazioni sui laboratori: 338.4317877

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Rebiennale 2012 


Il progetto di Rebiennale nasce molti anni fa come pratica comune degli attivisti del laboratorio Morion e dell'Asc (Agenzia Sociale per la Casa) che trovano nel riciclo dei materiali di scarto una meravigliosa risorsa per rielaborare e costruire arredi e strutture negli immobili popolari abbandonati, occupati ed autorecuperati.

Nel 2008 la pratica comune si trasforma in un progetto sperimentale articolato che viene da subito accolto con molto interesse dal
curatore Emiliano Gandolfi e da una serie di collettivi di architetti sia italiani che stranieri in parte già coinvolti nella Biennale stessa.

La piattaforma collaborativa che ne nasce si dimostra fin da subito attiva e vivace e sembra dar voce per la prima volta in maniera
pubblica e forte all'esigenza comune di contrastare gli enormi sprechi dell'evento più importante in città. Lo scarto diviene risorsa e la proposta di invertire la tendenza usuale dell'architettura progettando a partire dai materiali diventa una sfida ricca di stimoli e fonte di libera creatività.

Il progetto viene proposto allo IUAV come esperienza autoformativa e si trasforma in un laboratorio riconosciuto in cui gli studenti possono maturare crediti formativi partecipando attivamente ad un'esperienza sia teorica che pratica sul territorio veneziano.

Ciò che ha caratterizzato il progetto nel corso di questi anni è stato l'effetto trainante che ha avuto sui gruppi e sulle figure professionali con cui è venuto in contatto. La possibilità di sperimentare, di partecipare, di costruire ha incuriosito e coinvolto molte persone e tutti hanno potuto in qualche modo esprimere il proprio saper fare.

Rebiennale si configura così come una rete internazionale di grafici, designer, artisti, cuochi, video-documentaristi, giornalisti, filosofi, marinai, ricercatrici e insegnanti, carpentieri e meccanici, ingegneri, sarte, editori e giardinieri, studenti e cittadini veneziani che a partire dal recupero dei materiali della Biennale porta avanti progetti sociali di recupero eco-sostenibili e di limitato impatto economico e ambientale nel delicato equilibrio territoriale veneziano.

A seguire un breve excursus temporale delle attività che hanno caratterizzato il progetto in questi primi anni di vita.

Sopralluoghi, Ottobre 2008
Apertura dei lavori di Rebiennale: assieme agli studenti dello IUAV sono stati presi i primi contatti con le variegate realtà della Biennale, dai responsabili dei padiglioni ai curatori. Donazioni di materiali, catalogazione, prime indagini conoscitive.

Workshop 2012Architecten, Ottobre 2008
Marco Zaccara dello studio di architettura olandese 2012, ha introdotto gli studenti dello IUAV alla creazione di una prima Harvest Map, ovvero una mappatura ragionata dei materiali reperiti in Biennale, dal punto di vista dell'impatto ambientale sia nella produzione che nel trasporto (emissioni co2), nella messa in opera e poi nello smaltimento. Un metodo di studio ed approfondimento che i 2012 utilizzano abitualmente per pianificare e realizzare i propri interventi e che è stata la traccia su cui gli studenti hanno lavorato nei mesi successivi per la realizzazione del 1° catalogo dei materiali Rebiennale.

Walkscapes con Stalker-ON, ottobre 2008
Nell'ottica di future autocostruzioni e restituzioni dei materiali alla città sotto forma di beni comuni, Lorenzo Romito degli Stalker ha
accompagnato gli studenti alla ricerca dei luoghi abbandonati della città, nuovo modo di guardare la realtà urbana che ci circonda,
scoperta di "interstizi".

Periodo novembre-marzo 2009
Trasporti e stoccaggio dei materiali negli spazi del Morion. A questa fase è attribuibile una forte presa di coscienza dei limiti del gruppo
e del progetto rispetto soprattutto alla quantità dei materiali, alle energie ed al tempo dedicati sia dal punto di vista dei trasporti che
dell'organizzazione e pianificazione del lavoro, ai grandi spazi necessari per raccogliere tutto, ai tempi ristretti dettati dalle scadenze dell'esposizione successiva.

Re-Morion 10-14 febbraio 2009
Seminari/Workshop con EXYZT
Un cantiere vivente di rigenerazione urbana: dall'elaborazione creativa dei materiali di scarto della Biennale di Architettura 2008 ad un progetto di trasformazione e riutilizzo degli spazi come bene comune.
"...reinventiamo dei mondi dove le realtà si mescolano, giochiamo a fabbricare nuove regole di democrazia, stimoliamo la creatività per
rinnovare le pratiche sociali. Se lo spazio viene creato a partire da dinamiche di scambio da sinergie, ciascuno di noi diventa architetto
del mondo. Collectif Exyzt"

KANANA SCHOOL - Laboratorio di progettazione ed autocostruzione, 23-28 febbraio 2009
Lo spazio del laboratorio Morion viene scento dal prof. Dustin Tusnovics per sperimentare un progetto di autocostruzione per una
scuola elementare nella township di Johannesbourg (South Africa). Il workshop ha coinvolto studenti delle facoltà di Architettura di
Venezia (IUAV) e di Vienna con la cooperazione attiva di Rebiennale e del laboratorio Morion. Il progetto "Kanana School" sarà realizzato nell'estate del 2009 dalla comunità sudafricana e dagli studenti che hanno costruito il modello sperimentale in scala reale.
I materiali utilizzati per l'autocostruzione, forniti come sponsorizzazione sono poi stati interamente riciclati da Rebiennale ed in parte riutilizzati in seguito.
Nei giorni conclusivi del workshop gli studenti si sono cimentati in una serie di "esercizi di design" realizzando sedie, tavolini ed arredi con i materiali di risulta della costruzione e quelli da poco stoccati della Biennale.

Anomalie Urbane, IUAV 20 Aprile 2009
Il terzo appuntamento del ciclo di conferenze proposto dagli studenti, vede il primo concreto intreccio dell'Onda veneziana con il
percorso autoformativo di Rebiennale, attraverso la partecipazione del collettivo EXYZT e la presentazione ufficiale della Harvest Map
sull'evento Biennale.

La macchina per fare il Morion, 21 - 22 aprile 2009
48 ore di progettazione e costruzione al laboratorio Morion con il collectif EXYZT
Durante le giornate di laboratorio, i partecipanti sono intervenuti negli spazi storicamente occupati del Morion da autorecuperare.
Attraverso il confronto, la progettazione partecipata e la sperimentazione si è realizzato un primo modello per vivere-abitare-rielaborare il cantiere.

Allestimento ai Magazzini del Sale, aprile 2009
"HeadLines", Mostra dedicata interamente al writing e curata da Urban Code

Progettazione padiglione Kurdistan, maggio 2009
La progettazione e l'allestimento di PlanetK, a cura del collettivo francese Exyzt, della comunità kurda locale e degli studenti di Rebiennale ha portato alla realizzazione di uno spazio espositivo presso la sala municipale S.Leonardo a Cannaregio in occasione della
Biennale d'arte 2009. La maggior parte dei materiali utilizzati è stata di riciclo messa a disposizione da Rebiennale. Alla fine
dell'esposizione tutti i materiali sono stati riciclati, preparati per un nuovo futuro utilizzo e stoccati all'interno del Morion.

Pubblicazione catalogo Rebiennale, 1 giugno 2009
"Harvest Map", lavoro di ricerca degli studenti IUAV sulla Biennale di Architettura 2008 Il metodo di catalogazione e mappatura dei materiali (harvestmap) proposto nel workshop IUAV con 2012 è stato alla base del lavoro che ha prodotto una ipotesi di valutazione del grado di sostenibilità dell'11a Biennale di Architettura a Venezia.

Make World al Morion, 3-7 giugno 2009
con il collettivo Exyzt, The Pirate Bay, Bellinux, Globalproject
Architetti, grafici, designer, artisti, cuochi, video-documentaristi, giornalisti, filosofi, marinai, ricercatrici ed insegnanti, carpentieri e meccanici, ingegneri, sarte editori e giardinieri...studenti e cittadini veneziani. Per conoscere e costruire spazi comuni, per agire contro i brevetti e la proprietà intellettuale, per contrastare i mercanti e le caste del sapere.

Globalbeach, 1-12 settembre 2009
I materiali di Rebiennale sono stati utilizzati per costruzioni temporanee sulla spiaggia

Luoghi Comuni, 22-27 ottobre 2009
Workshop di pianificazione, architettura, design, comunicazione, socialità. Hanno partecipato i collettivi Refunc, Do Knit Yourself,
Guerrilla Gardening, Magda Sayeg (Knitta Please), iStrike Foundation, Agenzia Sociale per la Casa ed il gruppo Rebiennale.
Esistono ambienti e spazi dimenticati in ogni realtà urbana che invocano la nostra attenzione ed ambiscono ad una nuova dimensione
comune, offrendosi a noi come opportunità di espressione, di cooperazione, di azione e rigenerazione.
In occasione del workshop è stato scelto uno spazio/giardino chiuso da anni nel quartiere di S.Marta. Il giardino è stato aperto, ripulito, arredato con materiali di riciclo e restituito alla cittadinanza del quartiere.

HOMEMADE, ottobre 2009
Libertà è partecipare alla vita della propria città. I problemi della città sono di chi ci abita, come il piacere di viverci e di lavorarci.Trovare un'alternativa possibile al sistema sociale, economico, ambientale e politico di cui facciamo parte è anche quello un compito che spetta a noi abitanti e cittadini.
Homemade è un progetto che coinvolge i cittadini di Venezia, esperti e professionisti internazionali a ripensare la città, a ripopolarla e a riappropriarsene.
Hannes Schreckensberger di Wonderland (Austria) e Marjetica Potrc; (artista) sono stati invitati a partecipare e a contribuire al
laboratorio progettuale.

YONA FRIEDMAN - marzo-aprile 2010
Allestimento mostra "Yona Friedman" ai Magazzini del Sale Marjetica Potrc, aprile 2010
Laboratori di progettazione urbana a San Piero di Castello e Sant'Erasmo. A cura di Marjetica Potrc e gli studenti IUAV con la rete
Rebiennale.

Scenografia ed allestimento spettacolo teatrale ESP, Giugno 2010
Collaborazione con Ricambi Originali (Massimo Furlan) ed Agenzia Sociale per la Casa: design d'arredo con materiali di riciclo.

Luglio 2010
Partecipazione alla Fiera del Mobile di Milano 2010 in collaborazione con "Do Knit Yourself" nell'ambito degli eventi Fuori Salone.

Critical Book & Wine
Venezia, Sale Docks 20 − 23 maggio 2010
Allestimento dell'evento, mercato degli editori e dei vignaioli indipendenti, Percorsi di condivisione ed indipendenza, incontri, assaggi critici e visioni.

Villa Frankenstein - British Council - RELOAD 2010
"People meet in architecture", questo il titolo della 12a Mostra Internazionale di Architettura di Venezia.
La gente si incontra nell'architettura. Ma anche l'architettura diventa momento di incontro e confronto. Seguiamo da vicino uno degli
eventi collaterali, quello focalizzato al Laboratorio Morion e che intercetta architetti, giovani studenti, attivisti, residenti del quartiere. Un vernissage, un laboratorio, un momento di incontro. La sceneggiatura è come sempre opera di re-biennale. Che fa rete. Si concentra sullo spazio urbano. Lo rende spazio comune.
Così come di utilità comune diventano i materiali dismessi dalla Biennale stessa. Re-biennale diventa azione in una delle giornate di
inaugurazione ai Giardini.
Ika Collective, collettivo austriaco di giovani architetti, dal Morion sbarca ai Giardini per promuovere gli interventi di Re-biennale. Uno di questi: "Il giardino fantastico" costruito nella piccola corte del Morion, irrigato con un sistema di vasi comunicanti con raccolta di acqua piovana, arricchito grazie all'intervento e alla partecipazione del quartiere di San Francesco della Vigna che ha contribuito con piante e vasi alla sua creazione, coinvolto dai giovani asutriaci nelle giornate di permanenza in quartiere ed ultimato, infine, con il "green gift" fatto dal Padiglione Greco.
Re-biennale diventa anche installazione. Una collaborazione con il padiglione inglese (British Council). Una discussione sul fare e
divenire dell'architettura.

Rebiennale 2011
Revolutionary Free Speech, giugno 2011

Workshop in collaborazione con l'artista Thomas Kilpper durante l'inaugurazione della Biennale d'Arte 2011, padiglione Danimarca.
Smontaggio, recupero e stoccaggio del padiglione danese e laboratorio di progettazione per il suo riutilizzo.

Padiglione ROM
Collaborazione con lo studio di progettazione olandese BAK e UNESCO per il riciclo e riutilizzo dei materiali del padiglione evento
collaterale della Biennale 2011.

Padiglione Cile, arsenale: recupero e stoccaggio dei materiali dell'installazione.

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On being Common – Rebiennale and ‘Commoning’ in the Urban Space 


24 August 2010 by Marco Baravalle with S.a.L.E.-Docks and Rebiennale
Leggi l'articolo su VillaFrankenstein

‘Commons Beyond Building’ is a slogan that describes perfectly the essence of what the Rebiennale is all about, but it is, all told, just that – a slogan – and as such an explanation of all its individual aspects is called for. This can perhaps be done by using an empirical approach, freeing up Rebiennale from all that it was intended to be and examining what it actually means in a practical sense.

Its name alone is evidence of its origins in the Biennale and thus its relationship with the city of Venice. The idea was conceived about two years ago by a group of activists; we won’t describe them as being ‘local’ activists, given that, within the institutional framework of the art and architecture debate, such a term immediately paints a picture of an indigenous and primitive body, a defenceless host that is easy prey for that global parasite that community-based projects have become. The group quickly developed an international profile, with collectives of architects and designers from all over the globe becoming involved.

Rebiennale is aware of the environmentally unsustainable nature of the Biennale, and is sensitive to the fact that dismantling the installations means substantial costs being incurred and materials that are in perfectly good condition going to waste. With this in mind, and in its work of recovering and stockpiling the materials discarded by the Bienniale, Rebiennale set itself up as a network of activists, university students, squatters and international collectives of architects (including, first and foremost, Exyzt, the French architects).
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Re-biennale Reload 2010 


"People meet in architecture", questo il titolo della 12a Mostra Internazionale di Architettura di Venezia. Dirige i lavori l'architetto giapponese Kazuyo Sejima, prima donna alla guida della Biennale Architettura. Location: i Giardini della Biennale e l’Arsenale. Attori: una cinquantina tra studi e architetti che lavorano sul ruolo dell’architettura in un momento fortemente caratterizzato da cambiamenti ricorrenti e rapide trasformazioni.

La gente si incontra nell'architettura. Ma anche l'architettura diventa momento di incontro e confronto. Seguiamo da vicino uno degli eventi collaterali, quello focalizzato al Laboratorio Morion e che intercetta architetti, giovani studenti, attivisti, residenti del quartiere. Un vernissage, un laboratorio, un momento di incontro. La sceneggiatura è come sempre opera di re-biennale. Che fa rete. Si concentra sullo spazio urbano. Lo rende spazio comune.

Così come di utilità comune diventano i materiali dismessi dalla Biennale stessa. Re-biennale diventa azione in una delle giornate di inaugurazione ai Giardini.

Ika Collective, collettivo austriaco di giovani architetti, dal Morion sbarca ai Giardini per promuovere gli interventi di Re-biennale. Uno di questi: "Il giardino fantastico" costruito nella piccola corte del Morion, irrigato con un sistema di vasi comunicanti con raccolta di acqua piovana, arricchito grazie all'intervento e alla partecipazione del quartiere di San Francesco della Vigna che ha contribuito con piante e vasi alla sua creazione, coinvolto dai giovani asutriaci nelle giornate di permanenza in quartiere ed ultimato, infine, con il "green gift" fatto dal Padiglione Greco.

Re-biennale diventa anche installazione. Una collaborazione con il padiglione inglese. Una discussione sul fare e divenire dell'architettura.

Informazioni e fotografie sui workshops sono disponibili su Antville - LINK

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HOMEMADE -Rebiennale2009/2010  
HOMEMADE


Download Abstract - Progetto (ITA)
Download Abstract - Project (ENG)



Libertà è partecipare alla vita della propria città. I problemi della città sono di chi ci abita, come il piacere di viverci e di lavorarci.Trovare un'alternativa possibile al sistema sociale, economico, ambientale e politico di cui facciamo parte è anche quello un compito che spetta a noi abitanti e cittadini.

HOMEMADE è un progetto che coinvolge i cittadini di Venezia, esperti e professionisti internazionali a ripensare la città, a ripopolarla e a riappropriarsene.

HOMEMADE nasce dall'esperienza di ASC (Agenzia sociale per la Casa - Cantieri di autorecupero e autocostruzione) e di Rebiennale 08/09 (laboratorio permanente di riciclo e riutilizzo di materiali della Biennale di Venezia nei cantieri sociali), entrambi progetti volti alla produzione e ridefinizione dell'habitat urbano veneziano, attraverso nuove strategie per il diritto alla casa e per la creazione di spazi comuni.
HOMEMADE diventa una scatola degli attrezzi, uno strumento per riconquistare il diritto e la libertà di scegliere un futuro sostenibile in laguna.

HOMEMADE intende:
- contribuire a innescare forme di partecipazione consapevole, ragionata, condivisa
- stimolare una riflessione sullo spazio urbano coabitato
- re-immaginare una città in cui gli abitanti stessi siano parte attiva e consapevole nel definire le esigenze e le priorità
- riproporre una coesistenza della dimensione urbana e rurale nel contesto lagunare
- creare le condizioni per incentivare un turismo sociale sostenibile

HOMEMADE - Rebiennale 09/10 è il frutto di una collaborazione tra ASC, Emiliano Gandolfi, Lucia Babina/iStrike, Exyzt, Refunc con la partecipazione di Anomalie Urbane. Si propone di ridare voce agli abitanti con la facoltà di decidere, tramite una partecipazione attiva, in che tipo di città vogliono vivere, lavorare, studiare e coabitare.

Morion Lab HOMEMADE

Dal 21 al 30 ottobre il cantiere al Laboratorio Morion sarà aperto alle attività di autorecupero e abitato da Exyzt, Refunc, Lucia Babina/iStrike, Emiliano Gandolfi che insieme all'ASC presenteranno proposte e progetti di Rebiennale 2009/2010 in prospettiva di una riqualificazione urbana e sociale in città.

Il 22 e 23 ottobre, sono previsti incontri e interventi all'università IUAV con gli studenti che partecipano al workshop LUOGHI COMUNI, proposto da Anomalie urbane, e con gli abitanti del quartiere di Santa Marta.

Il 23 e il 24 ottobre, sopralluoghi e indagine con documentazione e mappatura nei quartieri con gli abitanti della Giudecca - Sacca Fisola e di San Pietro di Castello.
Incontro con Urban code al Meeting of Styles 2009 – Parco della Bissuola, Mestre-Venezia (http://www.urban-code.it/).

Il 25 ottobre, definizione e discussione dei progetti in corso e delle fasi di elaborazione, costruzione e realizzazione. Analisi e verifica delle competenze, degli strumenti e delle risorse necessarie volte alla sostenibilità economica dei cantieri sociali. Sviluppo di ambito progettuale rispetto alla Biennale di architettura 2010 per intervenire nel sistema produttivo di 'scarti e rifiuti' strutturato dalla Biennale, fabbrica di eventi veneziana.

Hannes Schreckensberger di Wonderland (Austria) e Marjetica Potrč (artista) sono stati invitati a partecipare e a contribuire al laboratorio progettuale.

La settimana dal 26 al 30 ottobre con Exyzt, sarà dedicata alla riqualificazione abitativa del Morion e al primo riciclo dei materiali della Biennale d'arte contemporanea 2009 (Planet K), alla seconda tappa dei sopralluoghi alla Biennale (Giardini) e al bilancio di Rebiennale 2008/2009.

http://rebiennale.org

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Decalogo dell'Associazione AmbienteVenezia per il governo della città metropolitana 
1.. Venezia città metropolitana, assieme ai comuni che insistono nell'area vasta attorno alla gronda lagunare nella zona centrale dell'attuale Provincia, con competenze su Urbanistica, mobilità, progetti e servizi strategici a scala metropolitana.
2.. Federalismo solidale, anche fiscale, che non sia un nuovo centralismo delle Regioni, ma una democrazia partecipata a livello di municipi, con piena cittadinanza di tutti, compresi gli immigrati, a cui garantire il diritto di voto amministrativo.
3.. Bonifica dei suoli di P. Marghera per insediarvi attività eco-compatibili, occupando i lavoratori degli attuali cicli nocivi, senza nuovo consumo di suolo con cementificazioni per progetti discutibili (Veneto City, M. Polo City, Città della Moda).
4.. Istituire il Parco della Laguna, ripristinando l'equilibrio nidrogeologico ed ambientale, vietando l'accesso alle mega navi da crociera, petrolifere e portacontainer, che richiedono canali navigabili con profondità incompatibili con l'ecosistema.
5.. Bloccare i lavori del Mose, riconvertendo le opere marittime realizzate, e demolendo quelle non riconvertibili (l'orrenda Isola del Bacan), per altri progetti, sperimentali, graduali e reversibili, di eventuali barriere mobili alle bocche di porto.
6.. Norme urbanistiche che vietino cambi di destinazione d'uso selvaggi da residenza a bed & breakfast/affittacamere, trasformando la città antica in un albergo diffuso; norme che anzi favoriscano la residenza, mediante una continua manutenzione urbana.
7.. Sistema di mobilità metropolitano ed intermodale delle persone e delle merci via terra e via acqua, ecocompatibile, non inquinante, che escluda grandi infrastrutture inutili e dannose quali Alta velocità o metropolitana sub lagunare.
8.. Per un turismo sostenibile, con terminal a Fusina e Tessera, una programmazione e distribuzione dei flussi, nuove attività legate all'immateriale e alla cultura materiale che creino occupazione, ripopolando la città antica e superando la monocoltura.
9.. Per un welfare municipale che garantisca casa, reddito, servizi a tutti, compreso immigrati e giovani del circuito della formazione e del lavoro flessibile e precario, per una rete di servizi all'insegna di un nuovo patto solidale tra generazioni.
10.. Venezia città dei giovani e dei bambini, con servizi gratuiti, per scuola, università e cultura; luoghi di aggregazione, e non solo di consumo, in nuovi spazi in aree dismesse per il gioco, la musica, il teatro, l'arte e i concerti autoprodotti.


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VENEZIA . Il progetto Homemade al laboratorio Morion Un centro sociale «fatto in casa» Orsola Casagrande 
Homemade, ovvero libertà è partecipare alla vita della propria città.
Come? Chi è passato al centro sociale Morion di Castello nei giorni scorsi
o ha fatto un giro per il quartiere di Santa Marta se ne è certo reso
conto. Affollato il Morion di architetti, cittadini, studenti, occupanti
di case. Tutti indaffarati a pensare, progettare, ipotizzare interventi in
vari punti della città. Interventi differenti ma legati da un comun
denominatore, ripensare la città, ripopolarla, riappropriarsene. Un
progetto ambizioso, ma a Venezia ormai si vola alto. E a giusto titolo.
Perché attraverso Asc, l'agenzia sociale per la casa, e l'associazione
Rebiennale la città in questo ultimo anno e mezzo si è trovata sempre più
spesso in mezzo a cantieri, ma non cantieri polverosi e inaccessibili. Al
contrario cantieri di idee e di pratiche che hanno portato tra l'altro
alla definizione di un progetto pilota presentato a Ater e Comune per
l'autorecupero delle case occupate, ma anche al recupero del centro
sociale Morion, e alla costruzione di un padiglione della Biennale, Planet
K, il primo padiglione kurdo.
Homemade dunque diventa una scatola degli attrezzi, uno strumento per
operare e vivere la città. Infatti i propositi del progetto sono chiari:
contribuire a innescare forme di partecipazione consapevole, ragionata,
condivisa; stimolare una riflessione sullo spazio urbano coabitato;
re-immaginare una città in cui gli abitanti stessi siano parte attiva e
consapevole nel definire le esigenze e le priorità; riproporre una
coesistenza della dimensione urbana e rurale nel contesto lagunare; creare
le condizioni per incentivare un turismo sociale sostenibile. Homemade è
il progetto 2009-2010 di Rebiennale ed è il frutto di una collaborazione
tra Asc, l'architetto Emiliano Gandolfi, Lucia Babina di iStrike, Exyzt,
Refunc e Anomalie Urbane.
Qual è l'attrazione esercitata da Venezia per gli architetti anche
stranieri che da un anno e mezzo partecipano al progetto Rebiennale è
facile da capire. Lo dice bene Lucia Babina di iStrike: «Venezia in fondo
ha un vantaggio per noi che interveniamo sulle città, quello di non
essersi potuta sviluppare come altre città. Venezia deve costantemente
ripensare al passato perché non ha futuro, almeno non inteso come il
futuro delle altre città. Ha un altro tipo di futuro che sta nel
riattualizzare costantemente il suo passato». iStrike è un collettivo con
base in Olanda che opera sulle e nelle città, ma soprattutto con le città,
ovvero con i cittadini. «I nostri interventi - dice Babina - sono sulle
città e sulle persone con l'obiettivo di migliorare la vita nelle città».
A Venezia Babina come gli altri protagonisti di Homemade hanno trovato un
terreno fertile. Anche perché Asc e Rebiennale avevano già attivato
processi di coinvolgimento dei cittadini. «Possiamo iniziare - dice Babina
- da piccole cose, per esempio un intervento a San Piero di Castello che
riguarda gli orti urbani ma in collegamento con i contadini di
Sant'Erasmo». Idee ce ne sono molte sul tappeto, come il mercato mobile o
cambiare volto a quello spazio pubblico alla Giudecca che tanto
infastidisce i cittadini.
Il centro sociale Morion in questo processo è fondamentale perché di fatto
è la piattaforma, il luogo di sperimentazione di idee aperto a tutti.
Interessante la sinergia con l'artista Marietiza Potric che tiene un corso
allo Iuav Arte e che sta lavorando all'isola di Sant'Erasmo con i
contadini locali sui sistemi di irrigazione che utilizzino l'acqua
piovana. «È un lavoro importante - dice Babina - che parte dall'idea che
condividiamo di riconsiderare il fatto che le città possano produrre parte
delle risorse che poi useranno». Al Morion nei giorni scorsi c'erano anche
Jan Korbes e Denis Oudendijk, architetti del collettivo Refunc. Già ospite
del padiglione Italia alla Biennale architettura curato da Emiliano
Gandolfi, Refunc opera tra il design, la creazione artistica e
l'architettura producendo oggetti, installazioni autocostruite a partire
dal riciclaggio e riutilizzo dei materiali vecchi di scarto. «Diamo nuova
vita agli oggetti e ai materiali abbandonati - dicono - dimenticati,
gettati via. L'origine del design è insito nell'oggetto stesso, nella sua
anima, noi auscultiamo e ascoltiamo gli oggetti, la loro storia e i
desideri che li hanno creati o utilizzati e a partire da questo scopriamo
un nuovo modo di usarli». Gli architetti di Refunc sono «usciti dagli
studi di architettura - dice Babina - criticando il sistema di
architettura attuale e credendo in una cosa fondamentalmente, che si può
riutilizzare quello che già esiste». Nei loro luoghi di intervento in
genere arrivano senza nulla, cominciando a cercare e recuperare materiali
da riutilizzare in loco.
Nel primo laboratorio Homemade al Morion dunque si sono gettate le basi
per il lavoro che si svilupperà a partire da dicembre e che coinvolgerà
anche interventi già attivi l'anno scorso, come per esempio il recupero
dei materiali utilizzati dalla Biennale d'Arte da parte dell'associazione
Rebiennale, che quest'anno oltre al recupero e allo stoccaggio si prefigge
anche la restituzione alla città di quei materiali attraverso il loro
utilizzo in interventi in città.


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AUTORECUPERO, case, quartieri, città 
Le case che abbiamo occupato erano chiuse e abbandonate, insalubri quindi inagibili e sottratte all'uso abitativo. Le abbiamo aperte, ripulite e recuperate, risanate e dunque riqualificate restituendole agli abitanti e all'uso residenziale. Questo lavoro e questo impegno per restituire un bene collettivo e comune alla città è concreto ed è una risposta all'emergenza abitativa e all'esodo degli abitanti veneziani dalla loro città. I nostri interventi abitativi sono documentati, riconosciuti e autofinanziati, queste esperienze di occupazione e di lotta sono una ricchezza e una risorsa comune. Solo chi non vive e non conosce Venezia riesce a definire "abusivi" i progetti e una produzione culturale di straordinaria vitalità e qualità.

L'ASC, Cantieri sociali di Autorecupero e autocostruzione ha portato avanti in questi ultimi tre anni un progetto pilota per l'autorecupero delle case ATER del centro storico del Comune di Venezia. Il progetto è stato presentato e reso pubblico nel 2009. Ci siamo impegnati a riqualificare le case ed i quartieri dove abitiamo valorizzando la cooperazione e la ricerca di soluzioni che rendono possibili sostenibilità eco-energetica e ambientale.

Il percorso dell'autorecupero delle case è stato avviato nel 2003 con una prima fase di progettazione e intervento strutturale e una seconda fase in corso che ha il duplice scopo di aumentare il comfort abitativo e di ridurre notevolmente le dispersioni e gli sprechi di energia, da realizzare con la possibilità di accedere al credito nelle modalità e alle condizioni previste dal Comune di Venezia. Constatando che accordi tra Ater, Comune e associazioni e/o coooperative non sono certo una novità in Italia e ancora meno in Europa, intendiamo rivolgere i nostri progetti ai quartieri con interventi specifici legati al turismo sociale e alla produzione culturale, settori che producono macroscopiche trasformazioni in città. Una città che conosciamo perché la leggiamo da dentro, la interpretiamo dal basso, la studiamo attraverso l'inchiesta, cerchiamo gli strumenti che ci permettono di confrontarci con la sua complessità e diversità e soprattutto con le sue contraddizioni. La città vista da noi è un corpo sociale, un organismo in movimento.

Da questa consapevolezza del territorio e della sua complessità in sintesi con le lotte per il reddito, la casa e il welfare nasce Rebiennale, cantiere di formazione e di intervento negli spazi abitativi e urbani .
Grazie alle competenze di architetti, urbanisti, ricercatori e l'essenziale contributo degli abitanti stessi, Rebiennale ci ha permesso di intervenire in un tessuto urbano condizionato dai vincoli storici e dalla morfologia lagunare. La necessità del recupero riguarda non solo le case e l'abitazione ma anche gli spazi e le reti sociali che vivono e fanno vivere la città.
L'autorecupero infatti ha investito la Biennale, fabbrica di eventi culturali che produce una quantità di materiali riutilizzabili o riciclabili nei progetti che abbiamo realizzato a partire dal 2008. Una volta consumata la loro esistenza nel ciclo espositivo le installazioni e la quasi totalità delle opere vengono gettate, abbandonate, considerate scarti e dunque inutilmente sprecate.
Rebiennale, grazie alla sperimentazione del progetto con il ciclo delle Biennali a partire dal 2006, ha tradotto in sinergia con l'università e con la stessa Biennale di Architettura 2008, la pratica dell'autorecupero abitativo e del suo diffondersi nella dimensione sociale e produttiva in città.




All'inizio del 2009 siamo entrati nella fase operativa di intervento con l'apertura del cantiere nel Laboratorio occupato Morion (http://morion.samizdat.net/) a Castello dove, oltre l'autorecupero del Morion, i collettivi di architetti, abitanti, studenti e quanti sono coinvolti nei workshop hanno progettato, lavorato e ragionato sui possibili utilizzi sia dei materiali recuperati alla Biennale sia degli spazi.

Quest'anno la cooperazione dei diversi partecipanti, dei collettivi e studi di architetti ha permesso esperienze innovative che hanno avviato i cantieri del 2010. Questi progetti toccano ambiti diversi e sono frutto del lavoro fatto in questi anni con le case. Partiamo dagli elementi che abbiamo individuato grazie al percorso di formazione e riqualificazione messo in pratica negli spazi abitativi, in quelli comuni come il Laboratorio Morion e la spiaggia Global Beach al Lido e in quelle zone che definiamo 'intersizi' urbani, spazi intenzionalmente dimenticati e lasciati al degrado in attesa di essere sottratti, attraverso operazioni consociate di riabilitazione immobiliare e speculazione finanziaria, al 'pubblico' e ai cittadini.
Il progetto, che abbiamo chiamato "Homemade", articola cantieri di sperimentazione e di ricerca nel territorio per abitare case e quartieri con interventi puntuali connessi alla produzione culturale e al turismo sociale.


http://agenziasocialeperlacasa.blogspot.com/

http://www.rebiennale.org


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Luoghi Comuni  
Workshop di pianificazione, architettura, design, comunicazione, socialità



LUOGHI COMUNI 22-27 OTTOBRE 2009
Workshop di pianificazione, architettura, design, comunicazione, socialità.

Iscriviti scrivendo a anomalieurbane@gmail.com

Parteciperanno al workshop i collettivi Refunc, Do Knit Yourself, Guerrilla Gardening, Magda Sayeg (Knitta Please), iStrike Foundation, ASC (agenzia sociale per la casa) ed il gruppo Rebiennale.
Esistono ambienti e spazi dimenticati in ogni realtà urbana che invocano la nostra attenzione ed ambiscono ad una nuova dimensione comune, offrendosi a noi come opportunità di espressione, di cooperazione, di azione e rigenerazione.

Visibili o inosservati, legati ai nostri desideri e al nostro vivere, oppure rifiutati e rifuggiti, spesso nati già come non luoghi o aree di risulta, diventati contenitori di spontaneità urbane o segni tangibili di degrado e dimenticanza.

Spazi interclusi, disponibili al progetto, ci stimolano ad una riconversione culturale che si innesti nell’eco-sistema sociale ponendosi come beni relazionali ed elementi di coesione urbana all’interno dell’habitat territoriale particolare.

Veri e propri spazi del welfare, non possono più essere luoghi di ‘nessuno’, in attesa di interventi privati, o di un Pubblico lontano: possono e devono diventare Luoghi Comuni.

Cittadini, studenti, associazioni, gruppi di artisti ed architetti ne hanno discusso nei vari appuntamenti del ciclo di autoformazione nato dall’Onda Anomala di Venezia “Anomalie Urbane”, attraverso i racconti e le speculazioni teoriche dei membri del gruppo Archizoom; l’analisi degli spazi, del tempo e dell’individuo (sia come creatore che come fruitore) nel loro rapporto con l’architettura contemporanea; il ruolo della spontaneità e della radicalità nel processo genealogico dei nuovi orizzonti espressivi; la riqualificazione urbana e sociale dei quartieri attraverso la lotta per il diritto all'abitare e per spazi di produzione culturale indipendente (ASC, URBAN CODE, LABORATORIO MORION); la sostenibilità nella pianificazione e nel
progetto; le modalità della progettazione partecipativa; il riuso e l’autorecupero dei materiali e degli spazi (insieme a Exyzt e Rebiennale); la stretta relazione tra le emergenze e l’esigenza del rifiuto degli iter e delle speculazioni private o istituzionali che necessita di risposte urgenti e comuni (i migranti e i conflitti nella metropoli del terzo millennio ed il loro rapporto con la governance, indagati insieme al collettivo STALKER, e a Laura Fregolent, o l’analisi e le possibili soluzioni per la questione abitativa di cui abbiamo parlato con Andrea Branzi e Giovanni Caudo).

Oggi la fotografia della città di Venezia, nella sua specificità territoriale, mostra la realtà dell’esodo e del degrado abitativo, della messa a valore della sua essenza storica e dei suoi monumenti, del suo ruolo di laboratorio della precarizzazione, all’interno della fabbrica della cultura, di quelle soggettività produttive cognitive post-fordiste, che subiscono in primis gli attacchi ed i tagli alla ricerca, all’università, allo spettacolo, alla cultura.

In tale contesto questi succitati spazi possono diventare luoghi comuni di socialità e di cooperazione tra chi vive la città e chi la attraversa (in particolare studenti e docenti ma anche artisti e architetti), tra chi ne usufruisce e chi la crea, tra la popolazione residente e la popolazione quotidiana od occasionale.

Le pratiche di riappropiazione, condivisione coinvolgimento e fruizione stanno alla base della creazione di un habitat condiviso.

Il workshop si snoda in una serie di interventi ‘deboli e diffusi’ che nel quartiere di S.Marta, insieme agli abitanti e agli studenti delle facoltà di architettura e design, e a Cà Tron nella sede della facoltà di pianificazione, intrecciandosi con il workshop “Giardini Segreti”, mirano a creare situazioni che permettano tramite nuovi spazi di fermata la permanenza dell’outsider e fungano da blocchi di flusso.

Obbiettivo è facilitare a Santa Marta un’interazione tra diverse identità che coabitano senza dialogo nella stessa area, trasformando spazi 'inerti' e di passaggio in connettori sociali e permettere invece a Ca Tron lo sviluppo del rapporto tra studenti e città.

Il Workshop si aprirà il giorno 22 Ottobre, alle ore 11.00, presso la sede IUAV dell’ex cotonificio di S.Marta, con una conferenza tenuta dal collettivo Refunc, da Lucia Babina di iStrike, dal gruppo Rebiennale e dall’Asc.

Al termine dell’incontro seminariale, verrà aperto ed allestito un cantiere sociale nel quartiere popolare di Santa Marta, in cooperazione con residenti ed occupanti, che si protarrà nei giorni seguenti (23 e 24 Ottobre), e in cui si realizzeranno vari manufatti a partire dai materiali forniti da Rebiennale agli studenti e alle comunità e reti coinvolte nel progetto.

Le metodologie scelte di autorecupero e autocostruzione, strumenti innovativi e antispeculativi, implicano la salvaguardia del legame storico-affettivo con il luogo per gli abitanti coinvolti, di quello relazionale con il territorio (sia per chi attraversa gli spazi, che per chi vi progetta e realizza ) nonché l’abbattimento dei costi economici e la creazione di rapporti.


Dalla mattina del giorno 27 invece l’appuntamento è nella sede di Pianificazione della Facoltà Iuav , presso Cà Tron, dove insieme ai colletivi Do Knit Yourself e Guerrilla Gardening, e a Magda Sayeg, si proseguirà il lavoro iniziato a Giugno dal laboratorio ‘Giardini Segreti’, analizzando alcune proposte progettuali formulate dagli studenti, verificandone la fattibilità in relazione alla specificità e alla storia del luogo, e realizzando una serie di installazioni atte alla riqualificazione del giardino e degli ambienti retrostanti che saranno allestiti per ospitare gli artisti e gli architetti invitati ad intervenire e collaborare.



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Abusivi tra le calli. Squatter innovativi a Venezia 
a cura di Orsola Casagrande, da "il Manifesto" del 12 settembre 2009, p. 15



Abusivi tra le calli.
Squatter innovativi a Venezia


Dalla spiaggia alle case occupate. Tra accuse di abusivismo, rischi di sfratto e iniziative culturali. Mentre gli occupanti presentano progetti di autorecupero al comune. Ultima idea: Homemade. Abitazioni, produzione culturale e turismo sociale.

VENEZIA
L'Asc, agenzia sociale per la casa da anni, è impegnata a valorizzare la cooperazione sociale e la riqualificazione delle case del centro storico. Una ricca produzione culturale fatta di saperi e di competenze che rendono possibili soluzioni e tecnologie volte alla sostenibilità eco-energetica e al bio-recupero. Un'esperienza tradotta nell'intervento in un tessuto urbano condizionato dai vincoli storici e dalla morfologia lagunare. Da questa consapevolezza del territorio e della sua complessità in sintesi con le lotte per il reddito, la casa e il welfare nasce nel settembre dell'anno scorso Rebiennale, cantiere di formazione e di intervento negli spazi abitativi e urbani che sarà presentato alla prossima Biennale di Architettura di Rotterdam.
Mentre le attività dei movimenti sul fronte casa vengono riconosciute e anzi trovano posto in prestigiose biennali europee perché rappresentano un interessante percorso di recupero e riqualificazione, stupisce leggere sulle cronache dei quotidiani locali i proclami bellicosi del questore che annuncia il pugno di ferro contro gli abusivi. Mai come in questo fine estate termine è stato così abusato. E al di là del gioco di parole si tratta di una situazione assai preoccupante. Che il movimento si augura non diventi tendenza. Anche perché quello a cui si è assistito è stato qualcosa di ben diverso dall'abusivismo (curioso che mai il questore o chi per esso si schieri pubblicamente sui giornali veneziani contro i plateatici da jungla dei tanti bar e ristoranti - che a Venezia ormai dopo il tramonto bisogna sgomitare con chi sta seduto al ristorante per poter passare in una calle). A Global Beach la parola «abusivi» è stata usata da chi attacca politicamente precari e studenti che lottano per reddito e dignità delle condizioni di lavoro. Dalla spiaggia alle case occupate il passo è breve. Come la spiaggia le case occupate dall'Asc erano chiuse e abbandonate, insalubri, inagibili e sottratte all'uso abitativo. E come è stato fatto con la spiaggia, le case sono state aperte, ripulite e recuperate, risanate e dunque riqualificate e restituite agli abitanti e all'uso sociale e a chi vuole visitare Venezia in tempo di crisi. Come per Global Beach questo per restituire un bene comune alla città è visibile, concreto, gli interventi sono documentati, riconosciuti e autofinanziati.
A Global Beach si è parlato di precariato e di spiaggia, di welfare e di spazi di indipendenza e di autonomia nel contesto di una crisi strutturale e sistemica perché queste esperienze di occupazione e di lotta sono una ricchezza e una risorsa comune. Di sera a Global Beach, di giorno gli stessi precari della cultura si ritrovavano in una casa occupata Ater a Santa Marta in attesa di uno sfratto. Come sempre a Venezia gli sfratti sono un fatto pubblico. Non privatamente gestito da chi la casa la occupa. C'è la solidarietà degli altri occupanti e degli abitanti dei quartieri. A Santa Marta, uno dei quartieri storicamente popolari di Venezia, le case occupate sono parecchie. E se ci si guarda intorno, ci si rende conto che la necessità del recupero riguarda non solo le case e l'abitazione ma anche gli spazi e le reti sociali che vivono nei quartieri. Altrettanto utile quando finalizzata al recupero è la situazione dei mega-eventi culturali come la Biennale.
Nell'autunno 2008 è partito il programma formativo con una serie di laboratori, seminari e atelier gestiti da Rebiennale, concordati con gli studenti Iuav e realizzati con la collaborazione della facoltà di Architettura che ha finanziato la ricerca. All'inizio del 2009, si è entrati nella fase operativa di intervento con l'apertura del cantiere nel Laboratorio occupato Morion di Castello. Le case in via di autorecupero sono una parte essenziale dei lavori in corso di Rebiennale e riguardano la proposta presentata al comune e all'Ater: dare vita ad un progetto pilota di autorecupero che coinvolge alcune delle case nel centro storico. Gli abitanti si impegnano a recuperare, rimettere a norma riportando l'abitazione ad uno stato di agibilità totale in cambio dell'assegnazione. Il percorso dell'autorecupero delle case è stato avviato nel 2003 con una prima fase di progettazione e intervento strutturale e una seconda fase in corso che ha il duplice scopo di aumentare il comfort abitativo e di ridurre notevolmente le dispersioni e gli sprechi di energia da realizzare con la possibilità di accedere al credito nelle modalità e alle condizioni previste dal comune. Gli accordi tra Ater, comune e associazioni e/o coooperative non sono certo una novità in Italia e ancora meno in Europa. Asc e Rebiennale, più in generale il movimento veneziano, a partire da Global Beach che oggi si chiude, ha in cantiere una serie di interventi. Il progetto è stato ribattezzato "Homemade" e articola cantieri di sperimentazione e di ricerca nel territorio per abitare case e quartieri con interventi legati alla produzione culturale e al turismo sociale.

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Parola ai writers, Quando un muro racconta la storia 
A cura di Orsola Casagrande, da "il Manifesto" del 6 settembre 2009



Parola ai writers
Quando un muro racconta la storia


Urban Code a Global Beach. Ovvero il mondo dei writers sbarca al Lido. In realtà i writers veneziani hanno lasciato i loro segni sulle strutture di Global Beach ma ieri sera hanno affidato a un video e alle parole il racconto della loro esperienza. Il video è quello dell'americano Jon Reiss, Bomb It!. Le parole sono quelle dei writers veneziani stessi, racchiuse in un prezioso libro, «Headlines. In evidenza dal basso» che è un capitolo della variegata storia del graffitismo nella città lagunare. «Il gruppo Urban Code (www.urban-code.it, ndr) è nato contemporaneamente all'occupazione ai magazzini del Sale. - dice Rocco Cacciari, uno dei giovani writers - Ci accomunava tra le altre cose il ragionare su come intervenire sulla città». Urban Code rovescia in qualche modo anche la percezione che vuole i writers artisti 'individualisti'. Certo ognuno dei writer ha i propri segni e agisce anche da solo, ma l'esperienza veneziana dimostra che c'è una dimensione collettiva molto forte tra i giovani writers. «Ci ha spinto a unirci - dice ancora Rocco - anche un fatto molto concreto. E cioè la pesante operazione di polizia a carico dei writers veneziani avviata ormai tre anni fa e che ha portato alla perquisizione di dodici abitazioni e a una indagine capillare per danneggiamento aggravato a carico nostro. Ancora non c'è stata la sentenza». Questa azione repressiva ha spinto i writers a unirsi e a mettere in mostra i loro lavori. «Se siamo i colpevoli - dice ancora Rocco - facciamo vedere le prove. Abbiamo giocato sulla parola dock, che è sì il porto ma è anche il banco degli imputati in tribunale». E i 'colpevoli' hanno spiegato le loro ragioni. «Colpevoli di cosa? La provocazione sta tutta qui - hanno scritto i writers veneziani - nel mondo contemporaneo il fare graffiti, il writing vive sotto la continua minaccia di una repressione sempre più incalzante ed esplicita. Questa direzione politica verso la tolleranza zero, questo continuo inasprimento delle retoriche di sicurezza, è secondo noi la reale anti cultura da combattere. Sotto lo spauracchio del criminale - concludono i writers - quindi del writer, dell'ultras, o dell'immigrato clandestino si accetta di vivere osservati continuamente da occhi digitali di telecamere puntate su luoghi pubblici, angoli di città dove tutto è raccolto, tutto è registrato, dove la spontaneità è talvolta punita». Spontaneità è certo l'attributo che più si addice ai writers. «Certo - dice Rocco - il graffito parte da una spontaneità ma la provocazione, non sappiamo e non ci interessa nemmeno sapere se è arte, la provocazione sta nel fatto che ci interessa raccontare e dire che questa è una forma di attivismo, artistico, che mira a una ribellione rispetto alla omologazione degli orizzonti, dei segni urbani nella metropoli. E' una ribellione che porta anche a gesti 'illegali', come l'attacco alla superficie dei treni, che sono anche un simbolo della città che funziona del modulo ripetuto. Il graffito è simbolo anche di una rottura di segni imposti sulla città. E la rottura dell'orizzonte dei segni evidenzia le contraddizioni della metropoli». Il libro «Headlines. In evidenza dal basso», raccoglie alcuni episodi della storia dei writers veneziani. Promosso dal Comune di Venezia «che - come scrive l'assessora alle politiche giovanili e pace, Luana Zanella - riconosce anche il writing come espressione della creatività e cultura giovanile che nasce dal bisogno di raccontarsi e manifestarsi». I writers, come si vede nelle foto raccolte nel libro, hanno raccontato in questi anni sulle aree dismesse di Porto Marghera, sull'architettura industriale in disuso rendendo questi scheletri vuoti nuovamente vivi, rianimandoli, usandoli. Dal fuori, gli esterni, le periferie, al dentro, soprattutto lo spazio della casa. Il fuori e il dentro sono raccontati in un progetto che trova spazio nel libro e che è rappresentato da panoramiche a 360°, immagini panottiche dove niente dello spazio viene censurato da un'inquadratura, spazi reali, in tre dimensioni riflettono le persone che li vivono, trasportandone i sentimenti. Il progetto è firmato Ryts Monet e Luca Vascon. Una terza parte del libro è dedicata a un progetto estremamente interessato legato all'identità. I writers infatti hanno lavorato con i cittadini stranieri, spesso senza permesso di soggiorno, che hanno frequentato i corsi di italiano al centro sociale Rivolta di Marghera. Il risultato di questi incontri e scambi è «Unconventional Portrait». Il punto di partenza era cercare modi «per attuare una efficace critica delle retoriche della sicurezza». Perché «l'identità a volte è negata e per riprendersela occorre trovarne un'altra e spingerla dal basso il più possibile».

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Cultura precaria - intervista a Judith Revel 
a cura di Orsola Casagrande, da "il Manifesto" 2 settembre 2009



Cultura Precaria

Si intitola «Formazione e fabbrica della cultura nella crisi» il dibattito in programma domani. Organizzato dall'Onda anomala di Venezia, all'incontro partecipano Pierluigi Sacco, economista e docente Iuav, Monique Veaute, direttrice di Palazzo Grassi, Andrea Fumagalli, economista e Judith Revel, filosofa e docente all'Universitè Paris I. E proprio con Revel abbiamo anticipato i temi del dibattito.

Oggi la fabbrica della cultura non è così diversa dalla fabbrica tradizionale: uso massiccio del precariato, delle esternalizzazioni, della flessibilità.Credo che la parola cultura così come la parola produzione, siano termini da ridefinire. Così come si è pensato il mondo della produzione materiale come un mondo ignorante e grezzo, si è considerato la cultura come un fatto quasi aristocratico, che implicava fenomeni di rarefazione sociale. Oggi il fatto che la produzione si sia spostata sempre più in modo egemone su elementi immateriali anche dentro la produzione materiale fa sì che l'elemento del sapere, la circolazione dei saperi sia determinante per la produzione. Venezia è sì fabbrica di cultura perché ha musei, gallerie, fondazioni. Questo è vero. Ma qui c'è anche un'università importante che è un bacino di saperi e qualificazioni. La cosa nuova è che si è stabilito un rapporto tra le istituzioni culturali il cui circuito si è fissato nel secondo dopoguerra, e il mondo universitario, che era abbastanza distaccato da quella realtà.

Per quale ragione?
Anche per motivi banali: perché la città era troppo costosa per gli studenti, che si limitavano ad attraversarla ma rimanevano estranei a ciò che essa poteva offrire. Oggi, i precari della cultura sono gli stessi che studiano allo Iuav, e viceversa, gli studenti sono allo stesso tempo gli utenti dei luoghi della cultura, un pubblico potenzialmente prezioso per le istituzioni culturali della città, e un serbatoio di mano d'opera qualificata. I due mondi s'incontrano, e va aggiunto a questo punto un terzo mondo, che è quello dell'economia, dei processi di valorizzazione.

Cos'è oggi il valore?
Ho visto in questi giorni la metà della Biennale, nei padiglioni nazionali dei Giardini, era tanto che non percepivo - forse dalla Biennale di architettura curata da Fuksas dieci anni fa - una linea politica cosi netta. Una sorta di filo che si aggroviglia attorno all'implosione dello stereotipo del benessere materiale: gli appartamenti pieni di beni ammassati, la superficie liscia del design, l'apparire... Esemplari, se vuoi, mi sembrano il padiglione danese e quello finlandese, in parte anche quello francese. Come se ci fosse i gioco la consapevolezza che la mercificazione è ormai arrivata a un punto che essa stessa non può più sostenere - perché in realtà la vera ricchezza è altrove. Stiamo attenti, con questo non voglio dire - e il pericolo di fraintendimento è grande, lo so - che si tratta di tornare a essere poveri per essere felici, o che il rifiuto del consumo basti ad assicurarci una pseudo-purezza etica e politica: mi stupisce sempre che gli addetti della decrescita non abbiano mai pensato quanto può essere osceno quel tipo di discorso - viviamo senza niente per vivere felici - quando realmente i tre quarti del pianeta sta in miseria. Vallo a dire tu a uno che ha fame che deve consumare meno... Insomma, l'ultimo lusso può essere anche questa deprivazione volontaria, un po' come le diete, con l'inevitabile discorso moralistico che accompagna in generale i «colpi di scena» del mondo degli abbienti...

Ma alla Biennale il tono mi sembra felicemente diverso.Sì, alcuni padiglioni sembrano semplicemente puntare la contraddizione nella quale si trovano: ma come, ci chiedete opere d'arte come se fossero oggetti di design da accumulare, e che finiranno - alla meglio - in musei o fondazioni, o un qualche caveau di banca, proprio nel momento in cui non è tanto un oggetto a contenere o ad incarnare valore bensì quel groviglio di idee, circuiti, cooperazioni, modi di agire e d'immaginare, che invece, il valore, lo producono! Se vuoi, è come se la Biennale si fosse incaricata di aggiungere un capitolo al saggio benjaminiano sull'opera d'arte all'epoca della sua riproducibilità. Oggi, non è la produzione seriale il problema. Piuttosto: cos'è l'opera d'arte quando è la produzione sociale che innerva i processi di valorizzazione? E allora, come lo fa scherzosamente il padiglione danese, si può pure appendere sul padiglione stesso un pannello «affittasi» con tanto di numero di telefono di un finto real estate: il mondo è cambiato.

Quanto la formazione è cambiata o dovrebbe cambiare?È, credo, assai ovvio che buona parte della formazione universitaria sia fatta per mantenere gli studenti in uno statuto di cecità - per esempio martellando loro che la centralità del lavoro «vecchio stampo» - quello fordista, per intenderci - esiste ancora; ma che, paradossalmente, devono accettare elementi nuovi - una disoccupazione ormai massiccia, e, quando il lavoro c'è, una flessibilizzazione e una precarizzazione assolute. Quell'apprendimento precoce del silenzio e della docilità, in cui ci si piega davanti a condizioni di lavoro che massacrano tutta la vita, mi sembra avvenga già all'università. Ti si chiede di laurearti in un settore in cui c'è impiego. Ma contemporaneamente, ti si chiede anche di essere polivalente, e pronto a fare un lavoro per il quale non sei formato. Si vuole dagli studenti qualificazione, ma l'università paradossalmente impone loro una dequalificazione massiccia, e l'accettazione della messa in gioco di tutta la sfera della vita - del tempo libero, degli affetti, della sessualità, della sanità, dell'alimentazione e via dicendo.

Insomma, cultura uguale merce.
Tutto questo passa attraverso la struttura universitaria, i meccanismi di reclutamento e/o di cooptazione, i programmi, l'organizzazione materiale dei luoghi del sapere: tutto è fatto per nascondere a chi produce sapere - la comunità degli studenti, dei ricercatori, dei lavoratori amministrativi e tecnici tutti insieme - quanto vale questo sapere, quanto fa gola al capitale. Li si abitua a pensare che il sapere è come una lattina di coca-cola: basta pagare e ingoiare, anche se fa male! E invece, il sapere, sono loro. Il valore, lo producono loro. Ne sono espropriati. E allora, cosi come anni fa, si diceva che la fabbrica doveva essere degli operai, oggi l'Onda cerca di riappropriarsi di istituzioni che sono sue. A Venezia e altrove, oggi, parlare di università e parlare di fabbrica è la stessa cosa. Forse bisognerebbe allargare ancora la cerchia: università, certo, ma anche pezzi interi di precariato più o meno organizzato, migranti - penso alle badanti, di cui si parla molto in questi giorni - artisti, informatici, designers, insegnanti, casalinghe e casalinghi...

Cosa hanno in comune?
Semplicemente questo: fanno tutti parte di una produzione ormai diventata sociale e immateriale. Creano valore direttamente; o ne sono la condizione di possibilità. Se si fermano, si ferma il paese. Hai mai pensato cosa succederebbe se scioperassero le/i badanti in tutto il paese? Il capitale ha tentato di costruire un modello per gestire e sfruttare la produzione sociale. Si chiama finanziarizzazione - e sappiamo come è andata. La soluzione non è in un ritorno al capitalismo di mamma e papà, quello solido, virtuoso, materiale - quello della linea di montaggio e dei tre 8. La soluzione è di riprenderci tutto quel valore. Come recitava uno slogan dell'Onda quest'inverno - ricordato all'ingresso di Global Beach 2009: Give me back my money!

Il movimento studentesco dell'Onda è stato dirompente. Che pensi succederà ora?Non so qui in Italia. Però mi sembra che la risposta repressiva che esiste, e che cresce sempre di più, sia molto più pesante di quello che immaginiamo. Siamo accecati dalla sceneggiata napoletana di Berlusca and friends, ne ridiamo. A volte, ho l'impressione che dietro a tutto questo, ci sia da temere il peggio. Dietro alle tette e ai culi, c'è un altro tipo di oscenità, molto più pesante. Recentemente ho rivisto a Parigi il Salò di Pasolini. Fa un certo effetto, dopo, guardarsi intorno. Però mi sembra anche che gli spazi siano tanti, e che i movimenti continuino a strapparli, a investirli, a torcerli, a mangiarseli. Non solo: c'è tutto un sapere delle lotte che si accumula, una sedimentazione delle esperienze, un divenire-politico sempre più diffuso, anche in mondi finora piuttosto estranei alle realtà italiane «di movimento». Solo a Venezia, negli ultimi 24 mesi: Rebiennale, che ha coinvolto la gente dei quartieri, i compagni, gli studenti di architettura e dello Iuav, i padiglioni «ufficiali» della Biennale, ma anche collettivi di architetti venuti da tantissimi paesi, sociologi, urbanisti, filosofi; oppure il reinvestimento del Morion, la funzione strategica di Sale-Docks. In ciascuna di queste realtà, l'università è un elemento centrale. L'Onda ha attraversato in modo potente moltissimi fronti di lotta. Forse è là che sorge il problema che dovremo d'ora in poi risolvere, e che per me rimane pesantemente aperto: il pericolo è di non riuscire ad articolare - non dico unificare, sarebbe tremendo: no, piuttosto legare nella loro diversità - esperienze e soggettività politiche diverse.

In Francia la protesta è stata dirompente. È servita a qualcosa?

Abbiamo fatto quasi un intero semestre di sciopero universitario, ma l'incapacità che abbiamo avuto di costruire comune a partire dalle varie componenti del movimento - studentesco, dei ricercatori precari e non, degli agenti amministrativi e tecnici, della sanità e degli ospedali, degli intermittenti, dei migranti con o senza papiers - ha pesato enormemente. Abbiamo perso. Ha perso il corporativismo che ancora esiste nel movimento, e che blocca il riconoscimento della dimensione comune delle lotte: lotte biopolitiche, lotte per una vita socialmente e politicamente qualificata, lotte per riprenderci quello che è nostro, lotte per reinventare istituzioni all'altezza di questo comune, vale a dire una democrazia assoluta.

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GLOBALBEACH - Cantieri SULLA SABBIA 


dal Manifesto 27.08.2009, Orsola Casagrande - Venezia

QUINDICI GIORNI «DIVERSI»

Leggi l'articolo sul manifesto


Prove tecniche di Global Beach. Da ieri mattina il mare di San Nicolò è
«abitato» non soltanto dai bagnanti veneziani. Armati di rastrelli e
sacchi neri i militanti di centri sociali e associazioni stanno ripulendo
e recuperando la spiaggia in vista della kermesse alternativa al via dal
primo settembre

Cantiere Global Beach in funzione. Da ieri mattina la spiaggia di San
Nicolò, al Lido, è «abitata» non soltanto dai bagnanti veneziani che non
hanno nè capanne nè capannini ma che vogliono comunque godersi il mare.
Armati di rastrelli e sacchi delle immondizie i militanti di centri
sociali e associazioni veneziane stanno ripulendo e recuperando la
spiaggia in vista di Global Beach, la kermesse alternativa che dal primo
settembre accompagnerà - a distanza, ma con molti intrecci - la mostra del
cinema di Venezia.
La spiaggia occupata è di proprietà del demanio militare, abbandonata al
degrado da quindici anni, che dal 2004 viene temporaneamente occupata nel
periodo della Mostra. Global Beach non significa, solamente, la
possibilità di poter campeggiare a prezzi economici in un Lido
inaccessibile ai più, lo spazio dove respirare un clima diverso rispetto
alla patinata superficie della kermesse ufficiale o dove partecipare ad
iniziative culturali indipendenti e di qualità. Nel tempo della crisi e
dell'attacco governativo a cultura, spettacolo, ricerca e formazione, la
nostra ambizione è che Global Beach possa trasformarsi in un'occasione
unica di incontro, confronto e mobilitazione di esperienze tra loro
differenti, ma, allo stesso tempo, capaci di connettersi in una logica di
potenza e innovazione. Read More...

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Global Beach - L'AUTORECUPERO DELLA SPIAGGIA 


L'AUTORECUPERO DELLA SPIAGGIA

La spiaggia non è un ambiente naturale, non lo è più. Non esiste perché è
semplicemente là come la riva del mare che la bagna, non spunta da una
costa ma è l'addizione di materie e di elementi, la moltiplicazione di
energie ma anche la sottrazione di territorio e la divisione,
parcellizzazione del profitto. Fare un progetto e realizzare Globalbeach
significa prima di tutto essere capaci di leggere la geografia
socio-economica della città e osservare quello che esiste là dove si vuole
intervenire. Globalbeach è un lavoro. Di questo non se ne parla, come
fosse semplice svegliarsi la mattina e fare un cantiere in spiaggia,
piazzare delle strutture, fare pulito e preservarne l'equilibrio
ambientale. Fare Globalbeach non è un'idea alternativa o una forma di
occupazione effimera staccata dalla realtà cittadina, è una realtà
cittadina. Una delle questioni che vuole sollevare l'occupazione di
Globalbeach è anche quella della lottizzazione che privatizza la spiaggia
e ne determina l'accesso e l'uso esclusivo con evidente esproprio di un
bene comune e sottomissione alla governance territoriale privata. Pensare
Globabeach diventa quindi pensare ad un'appartenenza alla città e la
spiaggia deve essere socialmente riconosciuta e valorizzata. La spiaggia
non è solo un bene comune, è un bene necessario, le sue infrastrutture
sono un bene condiviso che condiziona e trasforma lo spazio definito
pubblico, la spiaggia come l'ambiente in generale è un modello sociale ed
economico, Globalbeach intende esprimere un modello che parla di
riappropriazione di welfare. Mettendo insieme, assemblando degli elementi
semplici e basilari per un approccio diretto al rapporto tra sostenibilità
ambientale ed energetica, costruzione- fabbricazione-produzione di
reddito. Occupare e occuparsi della spiaggia è segno di quanto cittadini
e visitatori o turisti, sono sensibili alla riqualificazione dal basso del
territorio e dei quartieri. Guardare la città dall'alto immaginando una
soluzione alla devastazione della laguna ed al degrado architettonico del
centro storico è uno spettacolo di cui non chiediamo repliche. Hanno
sperato che ci abituassimo alle fotografie aeree della grande opera che
cresce e avanza nella laguna, il Mose, immaginandola come il corpo di
un'ingegnoso e inevitabile dispositivo di difesa dal mare come se il mare
e la laguna non fossero parte della città. Il Mose è e resterà un corpo
estraneo alla vita di Venezia perché proteggere la città esige una
consapevolezza e un impegno politico sul piano energetico, economico e
ambientale.

Rebiennale

"Dal riciclaggio alla riqualificazione urbana, il progetto Rebiennale
assume forme diverse. Dal 2008, il lavoro che ci impegna con i veneziani
investe gli spazi e i materiali 'di scarto' con lo scopo di rerstituirli
alla città e ai suoi abitanti.

La presenza del turismo, in particolare durante gli eventi culturali o
mostre internazionali potenzialmente rigenera i luoghi, spostare persone e
materiali per dare vita ad uno spazio di vita possibile, per svelarne le
potenzialità e contribuire ad una storia... quella di Globalbeach è uno
dei capitoli del progetto, noi ci saremo per occuparla e abitarla, per
costruirla e raccontarla.
La Mostra del Cinema segna la fine dell'estate e intendiamo partecipare
approfittado degli ultimi raggi di sole sulle dune della spiaggia! "

Collettivo EXYZT - Global beach, settembre 2009

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GLOBALBEACH 2009 - links 


Visita il sito di GLOBALBEACH

Il Laboratorio occupato Morion ed il cantiere di Rebiennale insieme ad
Anomalie urbane/IUAV operano per una riqualificazione urbana attraverso l'autorecupero dei materiali della Biennale.
L'intervento nella città e in laguna si realizza nelle case e negli spazi occupati, nei quartieri e all'università di architettura di Venezia ed è volto alla residenzialità ed al turismo sociale come forme dell'abitare nel rispetto delle risorse energetiche e ambientali e del territorio, beni comuni.
Questa esperienza connessa ai cicli di formazione e ad una produzione culturale riconosciuta a livello internazionale ed europeo parteciperà alla costruzione di Globalbeach grazie al contributo del collettivo Exyzt ed al percorso di Planet K sia nella Biennale d'arte contemporanea 2009 che alla Mostra internazionale del Cinema.

GlobalBeach

I lavori di autorecupero della spiaggia a S.Nicolò Lido di Venezia sono iniziati nel 2004; dopo anni di abbandono, la spiaggia un tempo in concessione alla polizia ed attualmente di proprietà demaniale, è
diventata uno spazio di incontro, di scambio e di confronto che appartiene alla città ed a tutti coloro che visitano Venezia in occasione della Mostra del Cinema.

Questa zona di valore naturalistico è invasa dal cantiere di una grande opera, il Mose, ed assediata dall’industria balneare. Solo grazie alla sperimentazione ecosociale che ha permesso l'uso comune della spiaggia, nel 2005 si sono svolti i lavori di bonifica che l'hanno liberata dalle strutture in amianto.

I luoghi di accoglienza e le strutture che ospitano gli incontri, gli
eventi musicali, artistici e le proiezioni di GlobalBeach 2009 sono realizzati e costruiti dal Sale-docks, Laboratorio Morion e dal Rivolta (Marghera).

Come raggiungere GlobalBeach:

Ferryboat dal Tronchetto per raggiungere il Lido con i propri mezzi di trasporto.
Da Piazzale Roma e Stazione FS S.Lucia (Venezia) con vaporetti direzione Lido, da Santa Maria Elisabetta (Lido) autobus A o B direzione S.Nicolò. I mezzi pubblici funzionano giorno e notte.

Per info: http://globalbeach2009.blogspot.com/


http://morion.samizdat.net/
http://www.rebiennale.org/
http://agenziasocialeperlacasa.blogspot.com/
http://www.globalproject.info


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Tempo di GlobalBEACH 


TEMPO DI GLOBAL BEACH

Leggi l'articolo sul Manifesto online

Dal primo al 13 settembre il Lido di Venezia non sarà solo sinonimo di Mostra del Cinema: quest'anno ritorna la «spiaggia occupata». È stato confermato ieri dopo un blitz degli attivisti veneziani alla conferenza stampa nazionale della Biennale
E Global Beach sarà. Con un annuncio movimentato e a sorpresa ieri è stato confermato che Global Beach 2009 si farà. Un gruppo di attivisti veneziani si sono fatti ascoltare sul palco dell'Excelsior di Via Veneto, dove il presidente della Biennale Paolo Baratta e il direttore della mostra del cinema Marco Muller stavano per presentare il prossimo festival del cinema. «Nel tempo della crisi - ha detto Gaia - e dell'attacco governativo a cultura, spettacolo, ricerca e formazione, di cui il previsto taglio al FUS (Fondo unico per lo spettacolo, ndr) è solo l'ultimo pesantissimo esempio, noi abbiamo deciso di mettere a disposizione lo spazio di Global Beach a tutte le componenti dello spettacolo che si stanno mobilitando in queste settimane, ai precari della cultura e della formazione, agli studenti per costruire insieme una nuova soggettività capace di creare mobilitazione e progettualità e che sappia appropriarsi del grande palcoscenico della mostra del cinema».
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Highlights Rebiennale su ABITARE 


Quel che rimane dall’ultima biennale architettura per costruire qualcosa.
(Valentina Ciuffi - 22.06.2009)


Su consiglio di Emiliano Gandolfi, nei giorni dell’appena trascorsa Vernice veneziana, siamo andati al centro occupato Morion, nel sestriere di Castello, accanto alla chiesa di San Francesco della Vigna.
Uno spazio non troppo grande, nascosto tra le case. C’eravamo capitati due anni fa, per una bella festa del magazine Nero e la musica di Alva Noto. Non si capiva bene, allora, come lo spazio venisse utilizzato, quali le attività, quale il rapporto con il quartiere.
Ci scopriamo, pochi giorni fa, un progetto interessante che prende forma proprio nei giorni inaugurali di questa Biennale d’Arte per dare ospitalità agli artisti del nuovo Internet Pavillion ospitato ai Magazzini del sale...

Leggi l'articolo su Abitare

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L'ASSALTO DEI PIRATI 


NEGLI ATELIER DOVE NASCE IL METISSAGE
Orsola Casagrande, il Manifesto 16.06.2009 - link

Alla Biennale di Venezia, intitolata «Fare mondi», sono andati in onda pianeti diversi, come quelli dedicati a Internet, al Kurdistan che non c'è e al cantiere Morion

La cosa più curiosa è che l'inventore del Kopimi way of life, ovvero copiate e riproducete, è un giovane kurdo iracheno che vive in Svezia. Ma poi in fondo no, non è così curioso. È il mondo in movimento. Il pirata svedese biondo che riprende seduto sui kilim di «Planet Kurdistan» (padiglione kurdo, evento collaterale della Biennale) è entusiasta: registra tutto per il suo amico e compagno pirata kurdo che è rimasto in Svezia.
I kurdi, popolo senza stato, sono ovunque. Il Kurdistan è ovunque. Questo è un po' il concetto che ha informato il processo di costruzione di «Planet K». Progetto multi-tutto. Architetti francesi, tedeschi e italiani, artisti kurdi, amici di tutto il mondo, uniti nella realizzazione di un nuovo pianeta, K appunto. Dove il legno utilizzato è quello del padiglione serbo della scorsa Biennale architettura. Un intreccio incredibile che ha portato insieme in luoghi della città diversi i pirati svedesi, i magazzini del Sale, il centro sociale Morion e, naturalmente, il Kurdistan. Un percorso alternativo in questa Biennale guidata da David Birnbaum e opportunamente intitolata Making Worlds. E sono in tanti, fuori dai Giardini soprattutto, a costruirsi nuovi mondi.
Per il Kurdistan (ospitato nella chiesa di San Leonardo a Cannaregio, a due passi dalla stazione) l'idea è quella di un laboratorio in continuo divenire. Per i pirati è l'ambasciata, per il Morion è semplicemente «fate mondi».
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EL PAIS - ¿Hay vida tras las bienales? 
Scarica l'articolo - DOWNLOAD



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MakeWorlds al Morion: Galleria Fotografica 


navigare le foto con il mouse o le frecce direzionali.......(images by Exyzt)

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Make Worlds al Morion >>> LIVE! 


Venezia, Biennale 2009 >>>>>>>>>>>> click to WATCH LIVE!!

Make Worlds al Morion dal 3 al 7 giugno

con il collettivo Exyzt,The Pirate Bay, Bellinux, Globalproject.

Architetti, grafici, designer, artisti, cuochi, video-documentaristi,
giornalisti, filosofi, marinai, ricercatrici e insegnanti, carpentieri e
meccanici, ingegnieri, sarte, editori e giardinieri.... studenti e
cittadini veneziani. Per conoscere e costruire spazi comuni, per agire
contro i brevetti e la proprietà intellettuale, per contrastare i mercanti
e le caste del sapere.

Venezia è un'isola diventata arcipelago, è formata da tanti mondi che
stiamo attraversando e trasformando come la Biennale e l'università. I
cicli di autoformazione IUAV nati con Commons Beyond Building a settembre
2008, seguiti da Make worlds before building di Anomalie urbane, hanno
prodotto una riqualificazione condivisa degli spazi e dei saperi in questa
città e nei quartieri. Questo contributo e lavoro si regge su un
dispositivo di autofinanziamento socializzato, una gestione
autodeterminata dalle risorse 'vive' che rivendicano oltre alle case e gli
spazi, la riappropriazione di questo valore aggiunto, valore che qui in
particolare si vende a caro prezzo economico e di condizioni di vita, come
il diritto di abitare e di poter studiare in città. Al Morion
sperimentiamo i Cantieri sociali di autorecupero e autocostruzione, il
nostro laboratorio è Venezia.


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Catalogo Rebiennale 2008 


Scarica il catalogo Rebiennale2008

“Harvest Map” , lavoro di ricerca degli studenti IUAV sulla Biennale di Architettura 2008:
Il metodo di catalogazione e mappatura dei materiali (harvestmap) proposto nel workshop IUAV
con 2012 è alla base del lavoro che ha prodotto una (ipotesi di) valutazione del grado di sostenibilità
dell’11a Biennale di Architettura a Venezia.
Un lavoro sul campo da novembre a marzo, realizzato da alcuni studenti IUAV che hanno partecipato
ai laboratori di autoformazione e al progetto Rebiennale.
Abbiamo dato il via alle prime ricognizioni durante il periodo di ‘smontaggio’ della Biennale
preparando la documentazione necessaria per la catalogazione: fotografie, video, schizzi e rilievi.
Una prima schedatura per lo studio dei materiali (collocazione, tipologia, elementi quantitativi e
qualitativi, lavorazione, finiture) ci ha aiutato ad analizzare il ciclo di produzione: la provenienza,
i costi, l’impatto ambientale e le trasformazioni che avvengono nel ciclo di vita ‘materiale’
dall’origine allo smaltimento. Un ciclo non solo geografico ma economico in cui l’allestimento
del padiglione nazionale è solo un segmento che viene però concepito e pensato da uno o più
architetti, in questo senso abbiamo interpellato gli ‘autori’ stessi della creazione.
Successivamente - e grazie all’intervento e al lavoro di Marco Zaccara, architetto del collettivo
2012 (Olanda) - abbiamo individuato un metodo di ricerca e siamo partiti da un punto essenziale
che è quello di lavorare non solo alla catalogazione dei materiali ma anche al loro ‘raggio di
azione’, ossia alle possibilità che abbiamo per poterli stoccare e trasportare in maniera sostenibile
(in termini di mezzi, consumi ed economia). Altro ‘trucco del mestiere’, molto utile in fase
di progetto, è stato quello di trovare una scala grafica per poter rappresentare le quantità dei
materiali a disposizione. Nel workshop abbiamo poi definito i criteri per costruire una sorta di
‘catalogo’, basato oltre che sulla ricerca diretta delle informazioni anche su un ‘hackeraggio’ dei
dati del catalogo ufficiale, cosa che si è rivelata essere un ottimo output del nostro lavoro.
In questi mesi abbiamo naturalmente raccolto idee e suggerimenti da tutte le persone che interagiscono
con Rebiennale e lavorano nella Biennale stessa, molte bozze e approssimazioni sono
state aggiornate man mano che si elaborava una prospettiva analitica. Ma anche critica rispetto
alle ipotesi di riutilizzo, riciclo e scarto, che presentiamo.

Niccolò Bocenti, Giovanni Fiamminghi, Jacopo Franceschet, Carlo Mancin,
Gaia Mosconi, Sara Pasquali, Barbara Pedron, Nicola Simion, Nicolò Zingoni,
Rebiennale con la collaborazione di 2012.


www.2012architecten.nl
www.superuse.org
www.rebiennale.org


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PLANET KURDISTAN 


Planet Kurdistan

Ovvero, i kurdi non hanno uno stato e si prendono un pianeta. Anzi, lo creano, mettendoci dentro suggestioni, idee, emozioni. E chiedendo a quanti lo visiteranno di contribuire alla sua definizione
Planet Kurdistan è questo: una sorta di laboratorio permanente che per i cinque mesi della Biennale si modificherà e interagirà con visitatori e cittadini.
Ospitato nella centralissima ex chiesa di San Leonardo, a Cannaregio (a poche centinaia di metri dalla stazione di Venezia), Planet K ha cominciato la sua vita sperimentale già una decina di giorni prima dell’apertura ufficiale della Biennale (della quale è evento collaterale).
Un grande cantiere nel quale sono intervenuti gli archietti del collettivo francese Exyzt, Rebiennale (l’associazione veneziana, nata dagli occupanti di case, che ricicla e restituisce alla città i ’rifiuti’ delle precedenti biennali), artisti kurdi e non solo, giornalisti, architetti, sociologi. Insomma un mondo molto variegato che ha contribuito alla costruzione di questo nuovo pianeta
Un progetto artistico e politico molto ambizioso. Che è partito dalla visita di Leyla Zana, ex parlamentare kurda incarcerata per dieci anni per aver parlato di pace, con il sindaco Massimo Cacciari ma che strada facendo ha affascinato, coinvolgendole, persone come Emiliano Gandolfi, architetto e co-curatore del Padiglione Italia alla scorsa Biennale architettura, il regista kurdo iraniano Bahman Ghobadi, giornalisti e grafici, il collettivo Exyzt (che stava al padiglione francese della scorsa Biennale architettura), gli architetti di Stalker (che lavorano con i rom).
E poi scrittori, irlandesi e baschi oltrechè kurdi, che hanno dato il loro contributo scrivendo i testi di un catalogo che è un libro e un oggetto prezioso di per sè. Scritti inediti, che portano le firme di Gerry Adams (presidente del Sinn Fein) a Joseba Sarrionandia (scrittore basco in clandestinità), da Fito Rodriguez (presidente dell’associazione scrittori baschi) a Danny Morrison (scrittore irlandese che fu portavoce di Bobby Sands nel periodo degli scioperi della fame del 1981).
E poi ancora inediti di Mehmed Uzun (il grande scrittore kurdo scomparso nel 2007), Musa Anter (scrittore kurdo assassinato nel 1992).
Il sindaco Massimo Cacciari nel suo intervento scrive che “ Venezia, oggi, continua a svolgere e a onorare quel ruolo di luogo di incontro e di dialogo tra popoli e culture, ruolo di “città di pace”, che la ha caratterizzata nei secoli, specialmente quale “ponte” tra Oriente e Occidente: nelle manifestazioni della Biennale specialmente alle Esposizioni d’arte e alla Mostra del cinema, questo ruolo ha trovato e continua a trovare e ad accrescere luoghi e momenti di particolare significato e di grande importanza”.
Anche Dario Fo e Franca Rame sottolineano l’importanza di Planet Kurdistan sia nella sua valenza artistica (è la prima volta che artisti delle quattro parti in cui il Kurdistan è diviso possono incontrarsi e scambiarsi opinioni, lavorando insieme a un progetto comune) che nella sua valenza politica.
Gli artisti che espongono, tredici dalle quattro parti del Kurdistan più la diaspora, hanno storie e percorsi molto diversi. Lavorano anche con materiali e intuizioni molto diverse. Ma si sono messi in gioco, presentando non solo la loro opera ma contribuendo alla creazione di nuovi lavori in situ legati ai tre temi che Planet Kurdistan ha deciso di approfondire, identità, confini e lingua.
Che poi sono i temi comuni a tutti i popoli che lottano per l’autodeterminazione, da cui la stretta collaborazione e l’importante partecipazione anche di baschi e irlandesi nella creazione di Planet K. Ilter Rezan, nato a Dersim ma esule in Germania, lavora su foto e immagini che trasforma utilizzando altri materiali. Azad Nanakeli, di Hewler ma fiorentino d’adozione, presenta una video installazione. In questi anni la sua ricerca sperimenta le possibilità del video. E con il video lavora anche il collettivo Berxwedan, giovani film makers e artisti di Diyarbakir e dintorni, che presentano un lavoro sui guerriglieri del Pkk. La pittura rimane lo strumento più usato, soprattutto in Iran.
Dal Kurdistan iraniano arriva una giovane pittrice, Bahar Maleky. I temi dell’esilio, la guerra, ma anche la cultura, lingua, identità negata sono presenti nelle opere di tutti gli artisti.

La progettazione e l'allestimento di PlanetK è a cura del collettivo francese Exyzt, della comunità kurda locale e degli studenti di Rebiennale; la maggior parte dei materiali utilizzati sono di riciclo, messi a disposizione dal progetto Rebiennale.

Leggi l'articolo completo su Globalproject
Il sito ufficiale di PlanetK


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THE EMBASSY OF PIRACY 


THE EMBASSY OF PIRACY

Premessa
Il momento è epico, l'ecosistema di internet è messo alla prova e noi siamo chiamati a difenderlo. Vecchi regimi approvano nuove leggi e nuovi regolamenti per sostenere sistemi fallimentari che nessuno vuole davvero.

Internet, oggi, non è solamente una realtà virtuale, ma un network che può materializzarsi in forme diverse: nei tribunali, nei parlamenti, nelle reti telefoniche, ma anche nei memi, nella musica e nell’arte. Internet è una metodologia, non è un luogo.

L’idea della Embassy of Piracy ha preso forma quando The Pirate Bay è stata invitata alla Biennale di Venezia nel contesto dell'Internet Pavilion. Come ambasciata, il nostro compito è quello di rappresentare la libertà di Internet, dei suoi pirati e di promuovere lo stile di vita Kopimi.

L'ambasciata
L'ambasciata assume la forma moltiplicabile e modificabile della piramide. Attraverso il download del modello in carta, presente sul nostro sito, puoi materializzare l’'ambasciata ovunque: negli spazi pubblici, nella foresta, al lavoro, a scuola, sul tuo tavolo da pranzo…
Ricordati, quando fondi un’'ambasciata, sei legale all’'interno del territorio di internet. Insieme moltiplicheremo le ambasciate in tutto il mondo. Condividi le tue foto dell’'ambasciata su http://embassyofpiracy.org.
Tutti siamo l'Ambasciata e tutti siamo ambasciatori della libertà di internet nel mondo. Sta a noi diffondere, modificare e condividere questa avventura.

http://embassyofpiracy.org/

PADIGLIONE INTERNET

Alla cinquantatreesima biennale Biennale di Venezia sarà presentato un nuovo padiglione, il Padiglione Internet. Visto il tema della mostra di questo anno, “Fare mondi”, è logico che l’internet venga rappresentato, per la prima volta, con un proprio padiglione.

Internet è una nuova parte del nostro mondo, mai rappresentata a Venezia, è un territorio differente rispetto ai padiglioni esistenti.

Internet non è definito da confini, nazionalità o da una lingua specifica. Internet è ancora nuova e si sviluppa ad una velocità tale che la sua legislazione, come il suo impatto sulle nostre vite, è in costante ridefinizione. Internet sta trasformando le nostre vite e i nostri sensi; sta trasformando il modo in cui ci comportiamo, comunichiamo, condividiamo informazioni e sviluppiamo idee. Siccome spesso si dice che l'arte faccia esattamente queste cose, c'è un interesse particolare nel presentare il Padiglione Internet alla Biennale.

www.PadiglioneInternet.com
http://www.biennale.net/

RAMALLAH SYNDROME

Il progetto esamina gli “effetti collaterali” del nuovo ordine spaziale e sociale emerso in Palestina dopo il collasso del “Processo di Pace di Oslo” e che si manifesta in una sorta di “allucinazione di normalità”, l’illusione di far coesistere libertà e occupazione. La serie di conversazioni è una critica associata alle forme di resistenza e soggiogazione alla condizione neocoloniale.

http://ramallahsyndrome.blogspot.com/
www.Palestinecoveniceb09.org
www.decolonizing.ps
www.statelessnation.org


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Anomalie Urbane: DESIGN E CRISI 


25 Maggio 2009 ore 15.00 Aula o2, cotonificio

DESIGN E CRISI



Il design del moderno ha ben rappresentato lo scenario della società del benessere,ignorava il concetto di limite, pensava sempre in termini di risorse illimitate ed inesauribili,a cavallo della grande serie vedeva realizzarsi il grande sogno di una diffusione di massa dell'estetico attraverso le merci.

L'International Stile, attraverso la forma delle merci ha contribuito all'occidentalizzazione del mondo, si e diffuso con la conquista dei nuovi mercati e ha contribuito alla sottomissione all'egemonia occidentale di molti territori, contribuendo a distruggere con una strategia di rapina di risorse e materie prime, insieme alle autonomie e autosufficienze produttive le autonomie e autosufficienze culturali.


L'EXPÒ CHE POTREBBE ESSERE:
"come usare le discipline del progetto per andare oltre la crisi"

Milano non deve fare lo stesso errore di Siviglia, Lisbona, Hannover e di altre città realizzando l'assurdo luna park di padiglioni che a manifestazione ultimata dovranno essere demoliti o andranno in rovina in una landa desolata e senza vita, facendo scempio di quasi due milioni di metri quadri di prezioso territorio agricolo.
........un intervento incentivato della riqualificazione sostenibile e orientata all'autosufficienza energetica dei 90.000 appartamenti sfitti e dei 300.000 mq di terziario inutilizzato esistenti in Milano......
Il recupero dell'esistente, già edificato e urbanizzato, è una scelta politica e progettuale alternativa allo spreco di territorio agricolo, allo spreco di cubatura e al tempo stesso promuove l'intervento diffuso sulla città, un intervento di recupero che si estende, attraverso il Parco Agricolo Milano sud, all'intero hinterland.

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ANOMALIE URBANE…EMERGENZA CASA 


ANOMALIE URBANE…Make Worlds before buildings
Venerdi 15 Maggio 2009
EMERGENZA CASA, ore 10.00, Cotonificio, aula M1 - IUAV Venezia




La questione abitativa è oggi un’emergenza strutturale nella città e nella pianificazione del territorio.

In Europa oggi, vivono 18 milioni di persone mal alloggiate e 3 milioni sono le persone letteralmente senza fissa dimora.

Tutto ciò è aggravato ulteriormente dalla crisi tutt’ora in corso, con conseguenze non immediatamente percepibili ma da cui non vi è possibilità di un’uscita a breve termine, viste le politiche atte a conservare lo stato e i poteri attuali applicate dai vari governi.

Le prospettive, sono quelle di precarizzazione e di indebitamento, di prestiti e mutui bancari, di statalizzazione e salvataggio di istituti di credito ed assicurativi, di espropriazione del Bios tipica dei meccanismi del capitalismo post-fordista o appunto biocapitalismo.

Ed è la casa che rappresenta la parte piu consistente del debito delle famiglie italiane ad essere al centro della crisi, e per questo è stata individuata dall’Onda, e prima dai movimenti, come campo di azione e rivendicazione, di diritti e di welfare autonomo, di reddito diretto ed indiretto.

Essa è ora un’emergenza anche per il ceto medio italiano, schiacciato tra la crescita dei prezzi di mercato e uno Stato assenteista in materia di politiche abitative, ma sempre pronto a fomentare politiche edilizie atte ad incrementare i profitti del mercato immobiliare.
Azioni che hanno portato a uno sfruttamento intensivo del territorio, attraverso meccanismi di valorizzazione finanziaria dello stesso, e di espropriazione della città e dei suoi abitanti.

Dagli anni 90 in poi il pensiero del Potere è stato quelo significamente espresso dalla affermazione “…ci penserà il mercato”, che è culminata in Italia con la legge 431/98 fatta da un governo di centro-sinistra e che ha abolito l’equo canone, lasciando spazio alla speculazione, e portando a un innalzamento dei prezzi.

Ed oggi la nuova proposta di legge in merito prevede in sintesi la possibilità di ampliare tutti gli edifici per una cubatura del 20%, mentre, per quelli realizzati prima del 1989, si prevede la possibilità di abbatterli e ricostruirli con un aumento della cubatura del 30% , del 35% se realizzati con techine di bioedilizia, termine usato a sproposito, vista la tendenza alla cementificazione.

La Governance quindi non si muove nella direzione del “comune”, anzi attraverso il Piano Casa, finanzia costruttori e palazzinari non rispondendo alle reali esigenze della cittadinanza.

Invece di completare programmi di edilizia residenziale pubblica già avviati, in modo da dare risposte il prima possibile a sfrattati e senza casa propone nuove costruzioni e una gestione privata del patrimonio pubblico attraverso un processo di aziendalizzazione degli enti.

La percentuale dei contratti di locazione ad affitto sociale, risposta reale al problema dell’abitare e ai mutamenti sociali oggi in corso, è la piu bassa d’Europa, (il 4%), dato imbarazzante se confrontato con quelli di Olanda (36 %) o Gran Bretagna (21%)

L’Italia è per altro oggi l’unico paese dell’Unione Europea insieme alla Grecia a non garantire nemmeno un reddito di base e quindi incapace di concepire nuove forme di accesso al credito che vadano oltre gli ammortizzatori sociali.

Tutto avviene quindi con la benedizione di quello Stato, si pubblico ma la cui proprietà è assente e non agisce in funzione di quel Comune che la cooperazione sociale invece costruisce.

Cooperazione sociale che è invece un dato insito nelle nuove forme dell’abitare come la coabitazione o le occupazioni, sia che esse nascano da necessità o da una scelta consapevole, e che si stanno diffondendo come pratica in tutta Europa, da parte di quei soggetti che articolano la nuova domanda abitativa quali studenti, precari, migranti, giovani coppie, single.


Interverranno:


dalle ore 10.00 Andrea Branzi | Marino Folin.


dalle ore 14.30 Giovanni Caudo | ASC | Onda



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ANOMALIE URBANE PER RIPENSARE LA CITTA' 


VENEZIA · E alla Biennale si prepara il padiglione kurdo. Gran fermento culturale nel capoluogo veneto

Anomalie urbane per ripensare la città

Una rete e incontri tra writers, architetti, designer, grafici e artisti della Rebiennale

Orsola Casagrande
VENEZIA - dal manifesto del 28.04.2009

C’è un gran fermento a Venezia in questi giorni. E non è soltanto per la Biennale d’arte che si avvicina, il matrimonio di Pinault figlio e Salma Hayek che hanno inaugurato in maniera originale Punta della Dogana acquistata da papà Pinault.
Il fermento è tra Castello e Cannaregio,con qualche deviazione verso Santa Marta. Anomalie urbane, in una città che stancamente si trascina verso una fine primavera piovosa e densa di avvenimenti.
Anomalie urbane è anche il nome scelto per il ciclo di autoformazione promosso dagli studenti dell’Onda veneziana.

Insieme al ciclo di Rebiennale, alla "Macchina per fare il Morion", alla HarvestMap, Anomalie urbane ha coinvolto studenti dello Iuav e dell’università di Ca’ Foscari, oltre a numerose altre persone, nella costruzione di un percorso comune. Una rete che va infittendosi di relazioni tra realtà cittadine ed europee. Dai writers di Urbancode ai collettivi di architetti, designers, grafici, artisti della rete Rebiennale.
La premessa "Make world before buildings" di Anomalie urbane è diventata pratica, azione e condizione per andare avanti insieme verso altri progetti e condividere esperienze e competenze, per intervenire nell’università e nella città.
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LA MACCHINA PER FARE IL MORION 

ANOMALIE URBANE

Ciclo di conferenze proposto dall'Onda veneziana

COLLETTIVO EXYZT
e intreccio con il percorso di autoformazione REBIENNALE

Presentazione di "Harvest Map" , lavoro di ricerca degli studenti IUAV sulla Biennale di Architettura 2008:


- LUNEDI 20 APRILE ORE 9.30 AUDITORIUM SANTA MARTA - IUAV

- MARTEDI 21 e MERCOLEDI 22 aprile, "LA MACCHINA PER FARE IL MORION"
cantieri sociali di autorecupero e autocostruzione
48 ore di progettazione e costruzione al laboratorio Morion



Durante le giornate di martedi 21 e mercoledi 22 aprile, i partecipanti
interverranno nello spazio storico da auto-recuperare sulla base delle
proposte di studenti IUAV, disegnando, sviluppando e sperimentando la
creazione di nuovi elementi, realizzando un 'modello' per vivere il
cantiere e trovare soluzioni abitative.

con EXYZT
L'architettura deve espandersi e diventare trans-disciplinare per
permetterci di esplorare e sperimentare. I nostri progetti possono
assumere svariate forme: dalla "costruzione multifunzionale" ai "gioco
video spazializzato" passando per la "fattoria urbana", dall'ambiente
ibrido alla festa, costante matrice di incontro e scambio. Progettiamo e
costruiamo per poi vivere e adeguare gli oggetti prodotti lasciando gli
abitanti, o invitati, liberi di farli propri e trasformarli.
Il risultato di quello che produciamo è un'architetture "open-source" che
offre libero accesso a sistemi di vita strutturati da interfacce
condivise. In costante movimento, i nostri progetti invitano ad agire e
reagire, e a reinventare l'Arte di vivere.

maggiori informazioni su Exyzt
il sito di Exyzt

REBIENNALE
www.rebiennale.org

La documentazione su I cantieri sociali e la riqualificazione partecipata
del Morion sono a cura dell'ASC, Agenzia Sociale per la Casa
agenziasocialeperlacasa.blogspot.com

Laboratorio occupato Morion
San Francesco della Vigna - Castello (Venezia)
fermata vaporetto: Arsenale o Celestia




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Anomalie Urbane < GOVERNANCE E CONFLITTI NELLA METROPOLI > 

ANOMALIE URBANE Make World Before Buildings
Governance e conflitti nella metropoli

Venezia - Secondo incontro di autoformazione

9 aprile 2009 - ore 14.30 - aulaB s.marta
intervengono
STALKER | LAURA FREGOLENT (docente IUAV) | ASC | URBAN CODE



Questo è il secondo appuntamento del ciclo di autoformazione ANOMALIE URBANE - Make worlds Before Buidings, organizzato dall’Onda, iniziato la settimana scorsa con "Lessico familiare" dibattito con Dario Bartolini e Gilberto Corretti del gruppo Archizoom Associati, sul ruolo dell’architetto in rapporto con il proprio tempo.

Abbiamo già accennato, in occasione del primo appuntamento di questo ciclo, al significato della parola autoformazione, ovvero ad un senso che parla di una gestione comune dei saperi prodotti all’interno della’università, una gestione che sottolinei il dato di cooperazione sociale insito nella produzione e nella circolazione della conoscenza. È proprio questo dato che oggi rischia di venire strozzato all’interno di un dispositivo di privatizzazione che prefigura un’università di massa fatta di saperi dequalificati, e una università, cosiddetta d’eccellenza, fatta di saperi qualificati indirizzati solitamente a chi se li potrà permettere.
Del resto, l’autoformazione è contestualmente contro l’università del passato e quella del presente.
L’autoformazione agisce proprio dentro queste contraddizioni, producendo sapere come bene comune, liberandolo dalle gerarchie accademiche, da dispositivi proprietari e richiedendo crediti per inflazionare questo sistema artificiale di misurazione del sapere.
L’autoformazione è uno delle direttrici su cui l’Onda cerca di costruire l’università del comune, altre, legate a quello di cui discuteremo oggi, sono soluzioni conflittuali simili a quei percorsi di autodeterminazione che mirano a creare un welfare autonomo ed espressi da chi lavora contrastando i dispositivi della governance esplicitati dal nuovo pacchetto sicurezza.
Logiche proprietarie e dispositivi di espropriazione colpisco saperi, conoscenza, formazione e, al contempo, il territorio. La garanzia di uno stato sociale è stata richiesta anche nella tre giorni romana di novembre, e perseguita tramite azioni atte ad affermare il nostro rifiuto ad assumere i costi della crisi.
L’incontro con i rettori, organizzato dall’Onda due giorni fa, sul tema della residenzialità studentesca, incontro conquistato sulla base dell’occupazione di un appartamento sfitto di proprietà di Ca’Foscari da parte di un gruppo di studenti, ha ampiamente messo in luce le dinamiche speculative che colpiscono la città di Venezia e che non sono in contraddizione, ma anzi in simbiosi con il divenire cognitivo-culturale del tessuto urbano, oltre che, naturalmente, con il tradizionale turismo di massa.
Cosi recuperare spazi abbandonati, case per gli studenti, affermare i diritti di mobilità dei flussi, la libertà di espressione come riqualificazione e creazione di nuove socialità urbane, viene criminalizzato attraverso gli attacchi al diritto di sciopero, ai migranti, ai writers.

Questi temi sono al centro del dibattito odierno, sia nella dimensione locale con gli interventi di A.S.C. e Urban Code, sia in una dimensione più generale con le suggestioni e le esperienze che verranno raccontate dalla prof.ssa Laura Fregolent e dal collettivo Stalker.
Oggi, dunque siamo qui per discutere rispetto ad esperienze dirette di costruzione della metropoli del comune, per mettere in luce alcune trasformazioni storiche della forma città nella contemporaneità e, infine per indagare il ruolo della pratica della pianificazione tra governance e conflitti.

VeneziaVs133
Uniriot
Urban-Code
Sale Docks
Stalker Osservatorio Nomade

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ANOMALIE URBANE.Make World Before Buildings 
Ciclo di autoformazione sul tema della metropolis e della costruzione di habitat sociali.



L’università rappresenta il tempo e lo spazio in cui ci muoviamo e oggi governa la formazione degli studenti regolando il loro approccio con la cultura e preparando una classe lavorativa abituata ad eseguire ed incapace di rielaborare.
Viviamo l’impossibilità di sfruttare il nostro tempo “libero” in maniera creativa, unico momento che abbiamo per unire veramente il percorso didattico alla maturazione individuale e quindi sociale.

In questo particolare contesto, venuto meno il mandato formativo dell’università, aggravato da un ulteriore dismissione dovuta al dl 180, come studenti Iuav nell’Onda vogliamo trasformare l’università in uno spazio pubblico di confronto e partecipazione, ‘riappropriandoci dei tempi, dei desideri, degli spazi e dei saperi nelle facoltà e nelle città.’

Noi studenti siamo I produttori del sapere e dobbiamo dunque avere la possibilità di organizzarlo.

Come abbiamo già avuto modo di affermare, lo strumento dell’autoformazione ha, per noi, diverse valenze che si intrecciano di fronte e dentro alla situazione odierna del nostro ateneo..
La tanto dichiarata interdisciplinarietà ad Architettura è realizzata per lo più nell'ambito scientifico-tecnologico-ingegneristico, senza la dovuta apertura alle discipline artistiche e umanistiche.

Autoformazione significa rifiutare la “liceizzazione” dei programmi universitari dovuti al restringimento dei moduli nel 3+2 e quindi ridiscutere I temi e i modi della didattica riappropriandosene.Per scardinare un’educazione automatizzata, in cui il tempo dello studente è quantificato in crediti, rivendichiamo che lo scambio di idee e la cooperazione sociale, in una libera circolazione della conoscenza, siano il motore della produzione e diffusione dei saperi, e come tali vengano legittimati.
Attraverso un’auto-attestazione di frequenza, gli studenti che seguiranno il ciclo potranno ottenere un numero di crediti adeguato al lavoro messo in campo nella preparazione dell’evento e alle ore previste nello svolgimento dei seminari-laboratori.

Per maggiori informazioni sulle conferenze in corso:
consulta il sito VAUI o il blog VENEZIA vs 133

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Re-Morion con vista sul ghetto sudafricano 
Rassegna stampa


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PARADISE KANANA SCHOOL PROJECT AL LABORATORIO MORION 
LABORATORIO DI PROGETTAZIONE E AUTOCOSTRUZIONE DAL 23 AL 28 FEBBRAIO

Progetto per una scuola elementare nella township di Johannesbourg (South Africa)

Il Workshop coinvolge studenti delle facoltà di Architettura
dell'Università di Venezia (IUAV) e di Vienna con la cooperazione di
Rebiennale e del Laboratorio Morion. Il progetto "Kanana school" sarà
realizzato nell'estate del 2009 dalla comunità sudafricana e dagli
studenti che hanno costruito il modello sperimentale in scala reale.

IUAV, Università di Architettura di Vienna, Rebiennale





Il Sudafrica si prepara per la Coppa del mondo di football del 2010, il panorama è una scenografia lussuosa e verticale, fatta di grattacieli in vetro e acciaio, molto cemento e, poco distante ma al capo opposto delle città, alla fine di strade sterrate, le township con i loro modesti cantieri di mattoni per costruire centri sportivi o culturali e scuole.
Le opere avanzano insieme ai due estremi geografici e sociali delle
principali città sudafricane. Architetti e urbanisti del Sudafrica ci
raccontano che "il modo di fare le città non è cambiato dopo l'apartheid.
Si continua a spostare o mandare i poveri sempre più distante, e questo rende ancora più poveri". Due mondi che vivono in compartimenti stagni e che la fine del sistema dell'apartheid, dopo quindici anni, non ha mescolato o ravvicinato.
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Riapre il Morion, laboratorio di progettazione ed autocostruzione con Exyzt 


dal 10 al 14 febbraio 2009

LABORATORIO DI PROGETTAZIONE ED AUTOCOSTRUZIONE

Riapre il MORION

Un cantiere vivente di rigenerazione urbana:
dall’elaborazione creativa dei materiali di scarto della Biennale di Architettura 2008 ad un progetto di trasformazione e riutilizzo degli spazi come bene comune.

con EXYZT

Exyzt è un collettivo internazionale di architetti nato
nel 2003 con progetti di autocostruzione negli spazi
inerti di Parigi,oggi interviene in Europa e in Africa
e ovunque ci sia l'esigenza di inventare mondi
dove le realtà si mescolano.


Inventiamo dei mondi dove le realtà si mescolano, giochiamo a fabbricare nuove regole di democrazia, stimoliamo la creatività per rinnovare le pratiche sociali.
Se lo spazio viene creato a partire da dinamiche di scambio da sinergie, ciascuno di noi diventa architetto del mondo.
(collectif Exyzt)




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Rebiennale: la mostra non finisce e se ne va per la città 


L'argilla di Frank Ghery, pannelli di ferro, plexiglass, e tanto altro ancora. E' ciò che rimane della Biennale di Architettura. Ma alcuni padiglioni hanno permesso agli studenti di appropiarsi dei «rifiuti». E così tutto ciò che resta di un grande evento artistico rivivrà in progetti di autorecupero e autocostruzione

VENEZIA
Piove e fa freddo. L'Arsenale di Venezia ha un che di inquietante sotto la pioggia. Sarà perché così si rivela maggiormente il suo essere scheletro. Archeologia industriale. Ora che le opere della Biennale architettura sono state quasi tutte smontate e i capannoni sono semi vuoti sembra appunto una di quelle grandi fabbriche svuotate, involucri che quando ci cammini dentro ti sembra di sentire le voci degli operai che li vivevano. Però l'Arsenale di Venezia, almeno una parte, rimane per fortuna vuoto soltanto per pochi mesi. Da qui a qualche settimana infatti tornerà a pullulare di operai, esperti, artisti pronti ad allestire la prossima Biennale. Quest'anno quella d'arte.

Il lavoro di smantellamento delle opere della Biennale Architettura non è ancora finito. Infatti ci sono ancora un po' di materiali accatastati. Sono plexiglass, pannelli di ferro (erano quelli della nuova mappa di Roma), c'è anche la bellissima foto di gruppo dei costruttori della casa di legno del campo nomadi di Roma, il Casilino 900. E poi c'è argilla, tanta argilla. E' l'argilla di Frank Gehry.
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Laboratorio sociale Morion 
LABORATORIO SOCIALE MORION Uno spazio aperto tra musica, cinema e dibattitti a tutti gli «espulsi» della città

«Hic sunt leones»: qui l'impero non comanda più

Nel cuore di Castello, della Venezia non ancora totalmente devastata dalle speculazioni del turismo di distruzione di massa, spendaccione, idiota. Nel cuore di una città che in nome di questo business ha espulso i suoi abitanti, i suoi saperi, le sue intelligenze, per far largo a vetrine sfarzesche e passerelle di vip. Una città che non riesce ad accogliere i suoi nuovi cittadini che ogni giorno affollano le sue calli: migliaia di studenti, migranti, precari che producono, consumano, pensano, in questa città, ma che non riescono a permettersi un costo della vita che a Venezia ha raggiunto e superato quello di Parigi. Un esercito di invisibili che troppo spesso vorrebbe essere relegato al ruolo di comparsa per uno a caso dei tanti set che spuntano tra calli e campi

Un laboratorio in movimento
Un laboratorio culturale di musica indipendente, di dibattiti e presentazioni di libri con un esperimento unico in città: una libreria ragionata contro la logica da supermarket che ha conquistato tutte le librerie del centro che non sono diventate rivendite di kebab o di murrine.

Un Laboratorio di cinema con rassegne di film anteprime pirata, per la liberazione delle idee dalla schiavitù del copyright. Un Laboratorio di comunicazione con studi radiofonici in rete con sherwood e una tv di quartiere. Un Laboratorio artistico che con l'occupazione del Mars Pavillon ha radunato decine di artisti europei. Un Laboratorio, quindi, e come tale mantiene sempre il suo carattere mobile, aperto, in movimento, sempre in sperimentazione, capace di spiazzare di continuo i dinosauri della cultura cittadina «ufficiale».

Un Laboratorio di movimento Di conflitto. Per la dignità e la giustizia.
Le nostre lotte partono dalle montagne del sud est messicano dove il primo gennaio del 1994 piccoli fratelli indigeni ci hanno insegnato a farsi vedere calandosi un passamontagna, dove ci hanno insegnato come il modo migliore per aiutarli non sia mandargli scarpe vecchie, ma attaccando il neoliberismo a casa nostra, e la nostra selva è questa, è la metropoli. La nostra selva è fatta di spettacolo e laguna, di precariato e guerra.

E di questo parlano le nostre lotte. Reddito, casa, diritti, resistenza sono la molla che ci spinge in strada tutti i giorni ad occupare una casa o una spiaggia, a smontare un cpt o una base militare. Sono la molla che ci ha protato ad assediare otto criminali a Genova, a sfidare le pallottole israeliane in Palestina e le forze speciali francesi nelle banlieau parigine. Le nostre lotte parlano di umanità.
Sulla nostra porta c'è una scritta «Hic Sunt Leones», come nella cartografia romana: qui ci sono i leoni. Ovvero: da qui in poi l'impero non comanda più.
(laboratorio occupato Morion)

dal Manifesto del 17.01.2009, a cura di Orsola Casagrande

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Politiche dalla Terra: Uscire dall'Emergenza 
testo introduttivo per la conferenza Terra Nuova a Casalincontrada (Ch) - a cura di Andrea Facchi per geologiKa collettiva 2008

Cari costruttori, nelle nostre mani c'è la terra

La Terra non è neutrale.
Abitarla coscientemente comporta scelte e modalità comportamentali radicalmente altre rispetto all'energivora cultura materiale dell'industrialesimo in cui siamo immersi da secoli.

Pasolini già sottolineava la differenza tra l'Idea di Progresso e questa forma ideologica di sviluppo, il cui costo insostenibile ci troviamo a considerare sempre più urgentemente.

Anche le forme e le qualità del lavoro umano, lungi dallo svilupparsi, come vagheggiato, nel senso di una compiuta emancipazione umana, sempre di più si prospettano come nuove subdole schiavitù.

E' per questo che in un pensiero ecologico che ci includa tra le varie nature la certificazione etica sul lavoro diventa discrimine importante. Ma l'edilizia in Italia è sempre più terreno aperto per abusi di ogni tipo che ben conosciamo: quindi non elencherò.

Ma da qui la riflessione che come progettisti e costruttori responsabili resta solo a noi ormai il testimone dell'utopia (a-topia: ancora non ha luogo) il sogno e la previsione di possibili pezzi di altri mondi possibili.

La politica quindi, meglio le politiche.

Lanciamo un appello alla propagazione:
la qualità dei nostri progetti di terra non dipende da know-how segreti ma dalla sensatezza e gioiosità dell'idea creativa che li sottende: divulghiamo il più possibile tecniche tecnologie e
bellezze della terra: che diventi prassi banale tra le malte scegliere quelle di argilla rispetto ad altre meno efficaci e con
mostruosi impatti ambientali: istruiamo, dalle nostre decennali esperienze e ricerche, muratori, progettisti, autocostruttori,
abitanti: basiamo i nostri cantieri sulla sinergia più che sulla gerarchia: smettiamo di trasformare col trasporto (quasi sempre su gomma) una costruzione sana in un veleno sociale.

La Terra non è un prodotto: è l'unica prospettiva.

dal Manifesto del 17.01.2009, a cura di Orsola Casagrande

Festa della Terra 2008 - Casalincontrada (Ch)


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il collettivo EXYZT 
«La nostra architettura tra gioco e progetto»...

Il collettivo exyzt è il collettivo di architetti che ha progettato e realizzato il padiglione Francia all'ultima Biennale di architettura. Exyzt è una piattaforma di creazione multidisciplinare. Creata nel 2003 su iniziativa di cinque architetti, è nata con un progetto autocostruito all'interno di un lotto abbandonato del Parc de la Villette a Parigi.
Questo il loro mission statement:

«Inventiamo dei mondi dove le realtà si mescolano, giochiamo a fabbricare nuove regole di democrazia, stimoliamo la creatività per rinnovare le pratiche sociali. Se lo spazio viene creato a partire da dinamiche di scambio da sinergie, ciascuno di noi diventa architetto del mondo.

L'architettura deve espandersi e diventare trans-disciplinare per permetterci di esplorare e sperimentare. Una delle nostre ricette: lasciar marinare insieme costruzione, video, musica, grafica, fotografia, gastronomia, senza dimenticare un'aggiunta di interazione, di informale e di imprevisto per fabbricare architetture complesse. I nostri progetti possono assumere svariate forme: dalla "costruzione multifunzionale" ai "gioco video spazializzato" passando per la "fattoria urbana", dall'ambiente ibrido alla festa, costante matrice di incontro e scambio.

Anche se rifiutiamo di integrare la pratica ufficiale dell'architettura normalizzata e consensuale, vincolata dalle regole politico-economiche, ci confrontiamo con la realtà del mondo della costruzione, progettiamo e costruiamo per poi vivere e adeguare gli oggetti prodotti lasciando gli abitanti, o invitati, liberi di farli propri e trasformarli.

Il risultato di quello che produciamo è un'architettura "open-source" che offre libero accesso a sistemi di vita strutturati da interfacce condivise. In costante movimento, i nostri progetti invitano ad agire e reagire, e a reinventare l'Arte di vivere».

dal Manifesto del 17.01.2009, a cura di Orsola Casagrande


(*)sull'onda "rebiennale" il collettivo partecipa alla biennale di Saint Etienne 2008 con un'esposizione che verrà interamente riutilizzata a fini sociali a termine della mostra
vedi le immagini di Saint Etienne

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Autorecupero veneziano 
a cura di Orsola Casagrande - Fonte: Territori, Il Manifesto 03.12.08

Venezia. Metti l’argilla di Frank Gehry, e metti pure il prato verde del padiglione sud africano. Aggiungi le gomme del padiglione olandese, la struttura in legno di Stalker. In una parola, Re-Biennale, ovvero come recuperare i materiali della Biennale architettura per dare loro nuova vita in contesti anche totalmente diversi. “Commons Beyond Buildings” è la piattaforma creata da una rete di associazioni per condividere metodi, processi e competenze legate all’autocostruzione,”per descrivere ciò che il progetto d’architettura non è in grado di raccontare e che il potere stenta a capire: l’insorgere dal basso dell’abitare come pratica del fare comune”.

La piattaforma è nata in occasione della 11. Mostra Internazionale di Architettura a Venezia grazie alla sinergia tra i curatori ed architetti partecipanti alle mostre Experimental Architecture (Padiglione Italia, Giardini) e L’Italia cerca casa (Padiglione Italiano, Arsenale) e varie realtà associative impegnate nella sperimentazione dell’autorecupero e dell’autocostruzione come soluzioni innovative all’emergenza casa.

A Venezia questa sperimentazione è realizzata da Asc, Agenzia Sociale per la casa che, con l’autoproduzione, a cui ciascuno ha contribuito con le proprie competenze, materiali e ‘immateriali’, ha permesso in un primo tempo di recuperare unità abitative nei quartieri di edilizia sociale e successivamente di optare per una ‘riconversione’ culturale e produttiva di aree abbandonate, dai giardini e gli orti agli edifici, dai campi o cortili alla spiaggia-presidio a ridosso dei cantieri del MoSe.
Questo ha permesso di utilizzare meglio le risorse della città ed ha creato i presupposti per un progetto ergonomico che prospetta soluzioni nel rispetto dell’eco-sistema sociale e dell’habitat territoriale sfruttando il social networks già disponibile.
Esiste quindi una prima mappatura di luoghi che ambirebbero ad una dimensione comune, luoghi disponibili ad un percorso progettuale e di cantiere-scuola condivisi. L’obiettivo è quello di invertire la tendenza del progetto di architettura e, partendo dai materiali di recupero, attraverso un meccanismo virtuoso in cui entrano in gioco cittadini, studenti, istituzioni (Iuav e Biennale), gruppi di artisti ed architetti internazionali, con-correre al processo di rigenerazione di uno o più spazi urbani individuati.

In queste settimane alcuni studenti dello Iuav hanno potuto sperimentare sul campo, grazie agli architetti e agli attivisti che hanno dato vita al workshop Re-Biennale, che cosa significhi ‘mappare’ i materiali, pensare il loro smontaggio e soprattutto il loro riutilizzo. Suggestive le azioni proposte dallo studio olandese 2012Architecten che promuove una nuova prassi in architettura.
“Il progetto – come ha spiegato Marco Zaccara – non è considerato l’inizio di un processo lineare che si conclude con la consegna dell’edificio, bensì soltanto una fase di un ciclo continuo di creazione e ricreazione, e di uso e riuso dei materiali”. Un processo influenzato dall’intento di ridurre al minimo l’impatto ambientale delle costruzioni, ma anche dallo stimolo creativo ispirato dai materiali recupero stessi. “Superuse – ha spiegato Zaccara – costituisce una parte importante di questa strategia progettuale. Le caratteristiche intrinseche dei prodotti e dei materiali di riuso, offrono un potenziale valore aggiunto alla composizione di nuovi prodotti o di nuovi edifici”.
Nel mettere a frutto questa strategia 2012Architecten sviluppa vari strumenti in un ambiente open source: ogni progetto ha una “Harvest- map”, una mappatura nella quale vengono annotate le collocazioni dei materiali nelle immediate vicinanze. Ogni materiale viene schedato e viene organizzato in un database che misura l’impatto ambientale dell’utilizzo di materiali e dei vari componenti. 2012 ha realizzato diversi progetti in Olanda.
Tra questi un parco giochi a Rotterdam riutilizzando le pale dei mulini a vento. “E’ stata una bella avventura - ha detto Zaccara – progettare e pensare passo dopo passo questo parco, assieme al quartiere che ne avrebbe poi usufruito”.

I materiali che in questi giorno sono stati ‘mappati’ alla Biennale verranno trasportati (acqua alta permettendo, lunedì la marea ha raggiunto il metro e sessanta!) al centro sociale Morion nel quartiere di Castello e qui gli studenti del workshop apriranno un vero e proprio cantiere di lavoro.

Partecipando a uno dei seminari organizzati all’interno del workshop, la filosofa Judith Revel ha riportato la discussione su una delle questioni più dibattute in questo momento, il concetto di comune. Inteso non come pubblico o istituzione ma come bene comune. “Il tema della casa – ha detto Revel – è stato reso più acuto ancora dalla crisi recente da cui non si può esulare. Cosa significa parlare di Biennale o passare sul ponte di Calatrava quando un sondaggio recente in Francia dice che il 62% della popolazione attiva con regolare contratto di lavoro ha come prima paura quella di finire senza casa. O quando negli ultimi due giorni ci sono 3 morti di freddo nel raggio di duecento metri quadri. Il 29% dei senza fissa dimora parigini ha un regolare contratto di lavoro”. Anche sul concetto di casa è necessaria una riflessione.
A partire, per esempio, dalla casa autorecuperata nel quartiere di Castello. Una casa non solo esteticamente bellissima, ma un modello di come è possibile recuperare e utilizzare materiali naturali e riciclati. E farlo coinvolgendo anche il territorio. “Quindi pensare la casa – ha detto ancora Revel – come qualcosa di più ampio, rapporto con il vicinato, con il territorio, con i flussi, e quindi ridefinire anche il rapporto con il locale”. Revel ha sottolineato come “la zona universitaria è zona di flusso permanente in cui paradossalmente nessuno si ferma.
Uno studente non si ferma, calcola al minuto i suoi tempi di permanenza in città. Un attraversamento dello spazio che significa porre subito il problema dei blocchi nello spazio, dove la fluidità dello spazio viene fermata, dove viene imposta una fluidità per impedire alla gente di fermarsi”.
Da questo ragionamento discende naturalmente il problema delle definizioni, o meglio ridefinizioni. Di spazio privato e spazio pubblico, per cominciare. E anche qui Revel è stata puntuale. “Privato – ha detto – è ciò che appartiene a uno, dove proprietà significa anche una espropriazione di tutti gli altri. Il pubblico è allora ciò che è di tutti perché non è di nessuno, è dello stato. Quella cosa lì, che ha funzionato storicamente, a me oggi pone problema. Perché – ha aggiunto – non si tratta di strappare al privato qualcosa per dire non è di nessuno, quindi è di tutti. Quel non è di nessuno come condizione di apertura al tutti mi crea un problema. I non luoghi sono proprio questo, non sono di nessuno. La mano dello stato è una vera e propria privatizzazione, ti dico se puoi entrare o meno”. E ancora privato e pubblico da ridefinire rispetto al tempo. Ormai la produzione non è più il tempo di lavoro. “Chi si ferma quando il tempo di lavoro è finito? – si è chiesta Revel – Ormai invade tutta la vita. E in fondo è anche il bello di questo. In questo workshop stiamo producendo, e non è né privato né pubblico, è comune. Bisogna riarticolare allora in modo inedito le coppie storiche, invisibile-visibile, dentro-fuori.
In una città come Venezia dove l’acqua e la terra giocano a nascondino. E’ necessaria una inchiesta, una mappatura di materiali e di soggettività e soggettività in movimento”.

Re-Biennale riparte dal trasporto dei materiali recuperati: questa settimana verranno trasportati al Morion dove aprirà il cantiere. Un cantiere in cui quegli stessi materiali riprenderanno vita.

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L'ultima frontiera degli squatter: l'Agenzia Sociale per la Casa 
Dai centri sociali Rivolta e Morion la battaglia per l’accesso alle abitazioni dell’Ater. E nasce una COOP d’acquisto.
da "il Manifesto" del 3 dicembre 2008"



ASC, Agenzia Sociale per la Casa, è una realtà di movimento che nasce a Venezia nel 1998, dando vita ad una campagna di occupazioni di case Ater sfitte da anni. Già nella scelta del nome, “agenzia”, si può cogliere la grande spinta degli attivisti a superare già da allora il vecchio percorso, ormai in declino, dei comitati per il diritto alla casa, proponendo invece un approccio totalmente diverso.

ASC, già con la prima di una lunga serie di occupazioni, oltre cento, chiariva che “la lotta e la pratica dell’occupazione di alloggi, ha come obiettivo quello di dare voce ad una nuova composizione sociale, giovani precari, intermittenti del lavoro, che rivendicano la casa come parte di quel reddito di cittadinanza che non gli è né corrisposto né riconosciuto, nonostante il loro essere pienamente dentro le nuove forme di produzione e organizzazione del lavoro.”.

Al centro delle attività dell’Agenzia, che ha come riferimento i centri sociali Rivolta di PortoMarghera e Morion della città lagunare, vi è anche la critica al concetto stesso di “pubblico”, inteso come bene che appartiene allo Stato ed è concesso al cittadino. ASC rivendica da sempre il passaggio delle case pubbliche del territorio, gestite da Ater che è una agenzia della Regione, al totale controllo e gestione da parte del comune.

Il “pubblico – dicono gli attivisti – in realtà spesso è una sottrazione da parte dello Stato all’uso e al recupero, in chiave solidale e comune, di beni che potrebbero migliorare la qualità della vita di molti, e quindi dell’intera città”. Ci sono due forme di privatizzazione secondo gli occupanti, una è quella del mercato e una quella dello Stato: ambedue rispondono a criteri che nulla hanno a che vedere con i diritti sociali.

In dieci anni di attività ASC ha dovuto subire anche un lungo processo per associazione a delinquere, istruito dalla Procura per tentare di criminalizzare questo percorso. Ma il mancato rinvio a giudizio deciso dal tribunale ha prosciolto i cinquanta indagati da ogni accusa.

L’ultima battaglia in ordine di tempo è quella relativa all’accesso al credito. “Ci ripetono sempre che ormai l’80% dei cittadini è proprietario di casa – dicono dall’ASC – ma in realtà lo sono le banche presso le quali la gente chiede il mutuo per potersela pagare. E questo è il nuovo, drammatico problema di chi non ha nemmeno le buste paga, o ha un modello unico troppo magro a causa della precarietà”.

Le case pubbliche vengono messe all’asta periodicamente dall’Ater, ed è proprio a partire da questo, e dal problema dell’accesso al credito, che ASC ha conquistato una delibera della giunta veneziana assolutamente innovativa: tutti i cittadini residenti potranno stipulare un mutuo per l’acquisto della prima casa dal patrimonio pubblico messo in vendita, avendo il comune come garante.

Il mutuo, al tasso del 3.5%, sarà interamente garantito, comprese le spese di ristrutturazione, per vent’anni. L’amministrazione di Cacciari ha investito 25 milioni di euro in questa operazione, che risponde proprio a uno dei grandi problemi di questa epoca. Gli occupanti dell’ASC in terraferma hanno costituito una cooperativa d’acquisto, mentre per Venezia centro storico, dove le case non le vendono, stanno approntando un progetti di autorecupero.

Attualmente le occupazioni dell’ASC coinvolgono circa cinquanta nuclei famigliari.

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2012 Architecten: Harvest Map 


2012Architecten promuove una nuova prassi in architettura. Il
progetto non è considerato l'inizio di un processo lineare che si
conclude con la consegna dell'edificio, bensì soltanto una fase di un
ciclo continuo di creazione e ricreazione, e di uso e riuso dei
materiali.

Questo processo è influenzato dall’intento di ridurne al minimo
l'impatto ambientale delle costruzioni, ma anche dallo stimolo
creativo ispirato dai materiali recupero stessi, Superuse costituisce una parte importante di questa strategia progettuale.

Le caratteristiche intrinseche dei prodotti e dei materiali di riuso, offrono un potenziale valore aggiunto alla composizione di nuovi prodotti o di nuovi edifici. Lo stesso concetto si applica tanto per gli oggetti fisici, quanto per l'energia, le risorse umane e l'acqua. Il principio del riuso conduce in definitiva a una progettazione in grado di integrare tutti questi aspetti.

Nel mettere a frutto questa strategia 2012Architecten sviluppa vari
strumenti in un ambiente open source: ogni progetto ha un “Harvest-
map”, una mappatura nella quale vengono annotate le collocazioni dei
materiali nelle immediate vicinanze. Ogni materiale viene schedato e
viene organizzato in un database che misura l'impatto ambientale
dell'utilizzo di materiali e dei vari componenti.

Le idee raccolte, anche queste a ciclo continuo, sono continuamente
aggiornate sul sito www.superuse.org.

SuperUse: il film
click on 'webcast' 6th broadcast: Super Use


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GlobalBeach è libera! 
Dopo anni di lotte, occupazioni ed autogestioni, finalmente l’ultima spiaggia non ancora privatizzata di San Nicolò al Lido di Venezia, è tornata al patrimonio pubblico (Demanio Marittimo) e quindi si appresta ad essere disponibile per gli utilizzi sociali che il Comune di venezia aveva già auspicato con tanto di mozione votata in consiglio. E’ un grande successo per tutti coloro, e sono stati centinaia, che in questi anni hanno dimostrato con azioni concrete come quel bellissimo pezzo di arenile, che tralaltro insiste su una zona di interesse comunitario ambientale, potesse essere utilizzato come bene comune e non come simbolo del degrado e dell’abbandono da una parte, e della sottrazione all’uso sociale dall’altra, in virtù di servitù militari assurde.

GlobalBeach infatti era da anni destinata a spiaggia della polizia di stato, e rientrava quindi in quelle aree definite “strategiche” ma che in realtà altro non sono che pezzi di territorio sottratti ai cittadini. Nel caso della spiaggia di San Nicolò si era giunti persino al paradosso: non solo quella spiaggia era stata “militarizzata”, ma poi in seguito anche abbandonata e lasciata al più completo degrado. All’interno, quando l’abbiamo occupata la prima volta, vi abbiamo trovato di tutto, dalle macerie di risulta di cantieri edili della zona, a bidoni di olii esausti, dalle siringhe alle immondizie.

Centinaia di attivisti hanno pulito tutto, e hanno finalmente ridonato alla città, anche dal punto di vista paesaggistico, un angolo visitabile e fruibile. Il secondo anno la battaglia di GlobalBeach è stata quella per liberarsi dall’amianto, presente nelle grandi quantità di ethernit con cui erano costruite le vecchie strutture. Una battaglia vinta.

GlobalBeach è stata un’esperienza straordinaria di autorecupero di un bene comune, in funzione di un utilizzo sociale: l’iniziativa infatti si è sempre svolta in occasione della Mostra del Cinema, e ha offerto ospitalità a basso costo a studenti e frequentatori della Mostra che non potevano certo permettersi i prezzi altissimi del mercato turistico veneziano. E quella spiaggia è stata anche il luogo di passaggio per tantissimi artisti, registi, attori, conosciuti a livello internazionale oppure no.

Un luogo quindi che saputo mettere insieme arte, ambiente, culture, turismo sociale, impegno civile. Oggi GlobalBeach è in festa, dopo la liberazione, e si prepara finalmente a vivere! Come attivisti rivendichiamo il successo del suo passaggio al demanio marittimo e chiediamo da subito che il Comune la richieda a sé per poter aprire un percorso di gestione della spiaggia, rivolto alle realtà associative e cooperative che propongano dei progetti capaci di rispondere alle esigenze di giovani precari, di cittadini e turisti che vogliano usufruire del bene comune in maniera nuova e diversa, di artisti e utenti della Biennale e della Mostra del Cinema, di ambientalisti che vogliano contribuire a valorizzare il nostro patrimonio naturale.

GlobalBeach sta in mezzo a due tendenze: da un lato ha i grandi e lussuosi alberghi, inacessibili ai più, con i luoghi patinati delle passerelle e degli smoking, dall’altro i cantieri devastanti del MoSe.
E’ una ragione in più per essere altro da questo, per non ridurre Venezia a questo.

Viva GlobalBeach Libera!
Acquisizione subito da parte del Comune!
Destinazione a progetti per il turismo sociale della spiaggia!

Gli occupanti di GlobalBeach

Global Beach, Anno Terzo: Una storia precaria 1/9 settembre 2006
GlobalBeach 005 - La spiaggia dei pirati contro la guerra 27 Agosto/11 Settembre 2005
GlobalBeach! Dalle moltitudini dell’arcipelago ribelle: Pointbreak in Venice! 1/11 settembre 2004

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Quando Cadono i muri - Stalker Osservatorio Nomade 
Una domenica a casa degli abitanti di Casilino 900

23 novembre 2008 da mezzogiorno a mezzanotte

“I muri minacciano tutto il mondo, dall’uno e dall’altro lato della loro oscurità. Finiscono per inaridire ciò che si è già disseccato sul versante della miseria, finiscono per inasprire le reazioni d’ansia che si manifestano sull’altro versante, quello dell’abbondanza. La relazione con l’altro ci indica la parte più alta, più rispettabile, più feconda di noi stessi. Che cadano i muri. Noi chiediamo che […] tutti gli artisti, gli uomini e le donne colti e quelli che trasmettono il sapere, che tutte le autorità al servizio dei cittadini o quelle di buona volontà, che coloro che modellano e creano, levino, in tutte le forme possibili, una protesta contro questo muro che cerca di farci adattare al peggio, di abituarci a poco a poco all’insopportabile, di portarci a frequentare, in silenzio e fino al rischio della complicità, l’inammissibile. Tutto il contrario della bellezza”.
(da “quando cadono i muri” di Patrick Chamoiseau ed Edouard Glissant. Roma 2008)

C’è poco da aggiungere alle parole di Chamoiseau e Glissant…

Abbiamo bisogno del vostro aiuto per far cadere il muro di ignoranza, odio e disprezzo che circonda, sempre più alto, gli abitanti di Casilino 900 e che qui, come in tanti altri luoghi, trasforma la diversità in miseria ed emarginazione, una baraccopoli in un “campo”.

E’ dell’idea stessa di campo che ci vogliamo finalmente liberare, affinché il reciproco rispetto abbia la meglio sulla paura dell’altro e la Democrazia ritrovi pieno titolo in questo Paese.

Assieme alla comunità di Casilino 900 vi invitiamo ad entrare ad esprimere la vostra creatività nel tessere una relazione, quella tra Romani e Rom, che oggi è appesa ad un filo, se questo filo si spezzasse avrebbe come prima vittima, affianco ai Rom, la stessa Democrazia e il rispetto per l’uomo, quindi noi stessi.

C’è da costruire un percorso di riconoscimento tra la città, il quartiere e il campo. Un percorso che apra una breccia nel muro ed entri fin dentro le case delle persone facendo di quel mondo parte del nostro mondo, di quel campo un qualsiasi insediamento.

Ancora una volta vogliamo affidare all’arte e alla partecipazione civile un compito che la politica fino ad oggi ha dimostrato di non saper affrontare.

Aderite all’appello, venite al Casilino 900 per conoscere le persone, le famiglie e le case, conoscersi e immaginare con gli abitanti del campo un futuro diverso. Domenica 23 la comunità aprirà le porte a tutti quei cittadini che vorranno farsi pubblico civile, decostruttori di muri.

Vorremmo che ognuno dei 101 nuclei familiari del campo possa ospitare piccoli interventi artistici e musicali, mostre fotografiche, letture di libri, racconti di storie, proiezioni di film e documentari, animazioni per bimbi. Vorremmo che per un giorno il Casilino 900 diventi un centro di attività e produzione culturale tale da far tremare e magari crollare quel muro di indifferenza, odio e disprezzo in cui, da troppo tempo in questa città, il mondo Rom è stato rinchiuso..

Per adesioni, informazioni e proposte di collaborazione:

Email casilino_900@libero.it
Visita il Blog
Il canale su YouTube

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Un manifesto possibile - Emiliano Gandolfi 
Emiliano Gandolfi, curatore Experimental Architecture - Biennale Architettura 2008

Uno spettro si aggira per il mondo– una nuova sensibilità e volontà di cambiamento coinvolge migliaia di architetti a rivedere le proprie priorità, a cercare nuovi strumenti e a ridefinire il proprio ruolo.

L’architettura non è più identificata con l’edificio, simulacro della regola e del commercio, ma intraprende una strada diversa, si allarga ad altre discipline, abbraccia la complessità della città contemporanea, coinvolge fasce di persone più ampie e si occupa tanto di aspetti materiali quanto di aspetti immateriali.

L’obiettivo ultimo è di creare una città diversa, aprire il dialogo sulla direzione da intraprendere, re-immaginare uno spazio pubblico condiviso e raggiungere un equilibrio sostenibile con l’ecosistema.

Per raggiungere questi obiettivi sono stati sviluppati nuovi strumenti e nuovi metodi. L’architetto abbandona lo studio, si immerge nelle metropoli e nelle periferie suburbane, non si fida più delle informazioni di seconda mano, fa domande, traccia mappe, cerca alleanze, scopre nuovi mezzi di intervento.

Il progettista non aspetta più una commissione. Si libera dalla gabbia del concorso o dalle richieste del costruttore. Interpreta le esigenze, crea un programma e diventa lui stesso il promotore di una visione da diffondere attraverso campagne di sensibilizzazione ed eventi pubblici.

Gli interventi possono essere temporanei, installazioni urbane, strutture gonfiabili, costruzioni ai limiti della legalità o eventi multimediali. Gli spazi residuali delle città diventano teatri di nuovi usi, spazi da immaginare, luoghi della sperimentazione sul campo e catalizzatori di un futuro possibile.

Nuove tecnologie e materiali sono presi a prestito per inventare città più efficienti a livello energetico, nelle quali piante e alberi sono parte integrante degli edifici. La natura diventa la musa ispiratrice per concepire una nuova ecologia urbana: l’uomo trova un nuovo equilibrio con l’ecosistema.

Ogni oggetto di scarto è riutilizzato e restituito ad un uso nuovo. Arredi, case, spazi pubblici sono costruiti con i rifiuti. Gli edifici stessi sono riusati, diventano luoghi di sperimentazione e di invenzione di nuove tipologie, trasfigurati al loro interno, come nell’aspetto esterno. Programmi televisivi, interventi puntuali e workshop diventano gli strumenti per rivitalizzare le periferie.

Si esplorano nuovi mezzi mediatici; l’architettura diventa immagine in movimento, manipolazione digitale o ambiente interattivo. L’immagine è usata per proporre scenari possibili, per ammonirci di un futuro sconcertante o per mostrarci realtà alternative.
Ogni azione contribuisce a dare uno stimolo, a sollecitare e a consolidare la costruzione di un immaginario futuro. Un seme per un mondo migliore.

È ormai tempo che gli architetti espongano apertamente in faccia a tutto il mondo il loro modo di vedere, i loro fini, le loro tendenze, e che contrappongano alla favola dello spettro dell’architettura, un manifesto dell’architettura che superi il concetto di edificio.

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